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Benessere e Natura: le piante del sonno non sono tutte uguali

6 giorni fa
Tempo di lettura: 3 min

a cura del Dott. Andrea Nicola, Farmacista



Le piante del sonno non sono tutte uguali Dormire male non significa sempre la stessa cosa. C’è chi fatica ad addormentarsi, chi si sveglia nel cuore della notte, chi porta a letto i pensieri della giornata e chi avverte una tensione che non diminuisce nemmeno quando tutto intorno si ferma.

«In farmacia ho imparato che, quando una persona mi dice “non dormo”, la domanda più importante viene subito dopo: come non dorme?»

È una distinzione importante anche in fitoterapia, perché le piante del sonno non sono tutte uguali. Ognuna possiede una propria composizione e una propria storia d’uso. E, curiosamente, ciascuna porta con sé anche quei segni che gli antichi cercavano nella natura per comprenderne le virtù.

La valeriana (Valeriana officinalis) è probabilmente la più conosciuta. La radice contiene acidi valerenici e altri fitocomposti studiati anche in relazione ai meccanismi del GABA, uno dei sistemi coinvolti nella regolazione dell’eccitabilità nervosa. Nell’antico linguaggio delle signaturae, quella radice dall’odore intenso che affonda nella terra sembra quasi suggerire il movimento opposto alla veglia: scendere, lasciare andare, ritrovare la quiete.

La passiflora (Passiflora incarnata), ricca di flavonoidi, è tradizionalmente associata alla lieve tensione nervosa e al sonno. È la pianta di chi spegne la luce, ma non riesce a spegnere i pensieri. La sua signatura è racchiusa nello straordinario fiore, nel quale i missionari riconobbero i simboli della Passione di Cristo: una geometria complessa che sembra trasformare l’inquietudine in ordine.

La melissa (Melissa officinalis) racconta un’altra sfumatura, perché la sua tradizione coinvolge tanto la sfera nervosa quanto quella digestiva. Il nome deriva dal greco mélissa, ape. Amata dalle api e simbolicamente legata all’alveare, porta con sé un’immagine di ordine e armonia: quasi a ricordarci che per dormire anche corpo, digestione e pensiero devono ritrovare un ritmo comune.

Il luppolo (Humulus lupulus) ci offre quasi un paradosso. Le infiorescenze femminili sono tradizionalmente utilizzate nei lievi stati di stress e per favorire il sonno, spesso insieme alla valeriana. Ma la pianta sale, si avvolge, cerca la luce, mentre il sonno ci chiede il movimento contrario: abbandonarci alla notte. Una piccola coniunctio oppositorum: la pianta ascende, l’uomo discende nel sonno.

E infine il biancospino (Crataegus), che non definirei semplicemente una “pianta per dormire”. La sua storia fitoterapica appartiene soprattutto alla sfera cardiaca e si intreccia con quella nervosa. Fiori bianchi, spine e frutti rossi hanno alimentato nei secoli un ricco universo simbolico fatto di protezione, sangue e cuore. Una signatura particolarmente suggestiva: il cuore che batte e il cuore che sente.

Naturalmente oggi non scegliamo una pianta perché una radice affonda nella terra o perché un frutto ricorda il colore del sangue. La signatura rerum appartiene alla storia della medicina e al pensiero alchemico; la moderna fitoterapia ci chiede invece principi attivi, dosaggi, indicazioni, controindicazioni e attenzione alle possibili interazioni con i farmaci.

I due linguaggi non devono essere confusi. Eppure possiamo ancora permettere loro di dialogare: la scienza misura ciò che la pianta contiene; la tradizione ci racconta come l’uomo abbia imparato, nei secoli, a osservarla.

Anche per questo “naturale” non significa automaticamente innocuo. E se l’insonnia persiste, si ripete frequentemente o compromette la qualità della vita, è importante confrontarsi con il proprio medico di fiducia: dietro un sonno disturbato possono esserci cause diverse che meritano di essere comprese.

Forse, allora, scegliere una pianta non significa cercare quella “più forte”, ma domandarsi prima di tutto che cosa ci impedisce di abbandonarci alla notte.

Perché anche il sonno, prima di essere aiutato, deve essere ascoltato.



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