Dall'archivio del Corriere - "Non abbiate paura di sognare cose grandi"
“Non abbiate paura di sognare cose grandi. Educare il desiderio" era il titolo della conferenza tenuta dal professor Domenico Simeone, docente di pedagogia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia, in occasione di un ciclo di appuntamenti di "Fede e Scienza". Sul Corriere del 15 novembre 2018 dedicammo al tema ampio spazio e ci pare che anche oggi questo scritto ampio possa offrire degli spunti.
Simeone ha esordito sottolineando come il tema della serata sia «centrale per la nostra epoca soprattutto la dimensione educativa che tocca questioni anche di carattere emotivo
ed affettivo». Un titolo, quello della conferenza, “rubato” a Papa Francesco. «Un'esortazione e un invito a non accontentarsi, a non avere un fede tiepida». Diventa così importante
il rapporto tra fede e desiderio. Per introdurre il suo intervento Simeone ha poi utilizzato delle citazioni provenienti da alcuni documenti del Magistero di grande ricchezza. Il primo è stato la Veritatis Gaudium, testo che riguarda le università e le facoltà ecclesiastiche, dove nell'incipit si legge: “La gioia della verità esprime il desiderio struggente che rende inquieto il cuore di ogni uomo fin quando non incontra, non abita e non condivide con tutti la Luce di Dio”. «Questo Papa – ha spiegato Simeone – ci sta abituando a considerare la gioia come una cosa seria. Vi auguro che ciascuno di voi possa sentire questo desiderio struggente e possa sentire inquieto il proprio cuore inquieto finché non avviene questo incontro, non avviene questa condivisione della luce di Dio. Mi sembra un elemento che ci aiuta ad entrare nel tema di oggi». Nella esortazione Gaudete et Exsultate si legge: “Il Signore chiede tutto, e quello che offre è la vera vita, la felicità per la quale siamo stati creati. Egli ci vuole santi e non si aspetta che ci accontentiamo di un’esistenza mediocre, annacquata, inconsistente”.
E poi il Sinodo dei Giovani. «Devo dire, ahimé che la stampa gli ha dato poco spazio. Ci dovrebbe far riflettere questo sulla nostra cultura contemporanea, sulla nostra società – ha sottolineato Simeone - Su alcune questioni di carattere dottrinale riguardanti la famiglia invece si sono spesi, anche a sproposito, fiumi di inchiostro. Il Sinodo giovani è passato quasi inosservato. Io credo che una società che non sa preoccuparsi di chi sta crescendo, di fare spazio ai giovani, diffidente nei confronti del nuovo, è poco generativa, rischia di essere asfittica, con il fiato corto. Sarebbe interessante invece ripartire dai giovani anche a livello sociale non soltanto ecclesiale. Mi colpisce come in ogni epoca gli adulti facciano fatica a riconoscere quel potenziale generativo, creativo di cui i giovani sono portatori. Quando ero
giovane gli adulti mi dicevano “non ci sono più i giovani di un tempo, i giovani di oggi non hanno più i valori, non sanno impegnarsi”, lo sento dire oggi dei giovani che stanno crescendo. C'è , forse, qualcosa che non funziona nel rapporto tra le generazioni. Dovremmo chiederci se non siamo noi adulti a dover avere maggior fiducia. Anche perché noi questo mondo non lo stiamo trattando molto bene e forse conviene che ci fidiamo di qualcuno che sta crescendo e questo mondo potrebbe renderlo migliore».
Simeone ha poi citato il documento di preparazione del Sinodo dal titolo «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale» e si è soffermato sul significato del discernimento vocazionale. «Una parola un po' difficile, però interessante perché discernimento
vuol dire andare a fondo alle questioni e capire quale scelta compiere, cioè decidere per cosa vale la pena di spendere la propria vita perché il rischio è di spendere la propria vita per cose che non hanno valore e scoprirlo troppo tardi». Si legge nel documento: “Attraverso il percorso di questo Sinodo, la Chiesa vuole ribadire il proprio desiderio di incontrare, accompagnare, prendersi cura di ogni giovane, nessuno escluso”. «Fate attenzione ai verbi – ha spiegato Simeone - è un bel programma. Incontrare vuol dire ascoltare i giovani
prima di dire loro che cosa devono fare, avere uno spazio da condividere, una esperienza di relazione. E poi accompagnare. Un verbo che è una metafora straordinaria del lavoro educativo. Non vuol dire spingere, tirare da qualche parte, ma mettersi al fianco di, camminare con, condividere la fatica della strada, talvolta anche sincronizzare il passo con quello dell’altro e poi prendersi cura, cioè vivere quella dimensione del farsi carico dell’altro, della sua esistenza, vuol dire che l’altro ci interessa, ci riguarda, ci tocca. Non siamo indifferenti. E poi di ogni giovane, nessuno escluso. Ogni giovane sta a cuore alla Chiesa». Nello stesso documento si legge ancora: “È in forza di questo dono (essere stati generati
alla vita e alla fede) che sappiamo che venire al mondo significa incontrare la promessa di una vita buona e che il poter essere accolti e custoditi è l’esperienza originaria che inscrive in ciascuno la fiducia di non essere abbandonato alla mancanza di senso e al buio della morte e la speranza di poter esprimere la propria originalità in un percorso verso la pienezza della vita”. «Tutto questo ci dice – ha aggiunto Simeone - che ciascuno di noi è portatore di un dono, ha ricevuto la vita, che siamo figli e ciascuno di noi è pure portatore di una promessa che si potrà realizzare se c’è qualcuno che non ci abbandona ma ci aiuta a scoprire il senso della nostra vita, a superare il buio della morte, a riscoprire la speranza. Sono argomenti decisivi per la vita di una persona. Alla fine ciascuno di noi ha bisogno di trovare il significato profondo della propria esistenza, di non essere lasciato da solo nella vita. Io credo che l'educazione sia il dono più grande che le generazioni più avanti negli anni
possono offrire a quelle che stanno crescendo». In proposito il relatore cita un rapporto, pubblicato in Italia nel 1997, della commissione Unesco guidata da Delors e composta da studiosi di tutto il mondo. «Questo documento – ha commentato il relatore - doveva servire per dire lo scopo, la funzione dell'educazione alle soglie del nuovo millennio. E In Italia fu pubblicato con un titolo che non è la traduzione letterale di quello originale ma che io trovo
molto felice: “Nell’educazione un tesoro”. E credo che sia proprio così. Nell'educazione c'è un tesoro prezioso che noi siamo chiamati a consegnare ai giovani». Simeone ha poi spiegato come prima di introdurre il tema della serata “educare il desiderio” fosse importante riflettere su “educare al desiderio” e concludere con una riflessione sul “desiderio di educare”».
Educare al desiderio
«Sembrerebbe strano – ha sottolineato Simeone – che si debba pensare a educare al desiderio. Molto spesso si pensa di doverlo controllare, come se dovesse sfuggirci di mano. Io noto che oggi si rischia l'anoressia del desiderio. Uno dei problemi del nostro tempo è proprio mettere in campo dei desideri, avere dei desideri da realizzare, dei progetti, dei sogni. Il rischio è di rinunciare a priori, di sentire che i desideri non si possano realizzare, che non possano abitare la nostra vita. Io credo, quindi, che oggi ci sia bisogno anche di educare al desiderio perché viviamo in un contesto che gli studiosi descrivono come caratterizzato da una cultura del frammento. Spesso si parla Post, dopo, o addirittura ultra modernità. Quello che è certo è che sono venute meno le grandi narrazioni del passato che provavano a dare senso e significato all’esistenza dei singoli. Questo scenario aiutava a trovare anche la propria strada personale. Oggi questo scenario non c'è più, è stato frantumato. Abbiamo soltanto piccoli brandelli di cui però non riusciamo a riconoscere la forma e la figura. Mancano dei riferimenti condivisi anche a livello sociale. Non c'è un disegno complessivo. Non si capisce verso quale società vogliamo andare. Gli studiosi ci dicono che la realtà che viviamo oggi, in particolare i giovani, è caratterizzata dalla Provvisorietà. Tutto è diventato provvisorio anche i legami affettivi; dalla Reversibilità: vogliamo garantirci la possibilità di poter tornare sempre indietro di fronte ad ogni scelta. Diventa difficile fare delle scelte definitive che affrontino la sfida del tempo; una vita schiacciata sul quotidiano che facilmente dimentica le proprie radici e con difficoltà riesce a vedere il futuro e così ci giochiamo tutto nel quotidiano, nell’oggi e facciamo fatica a capire quale può essere il collegamento tra la fatica che compiamo oggi e ciò che potremmo realizzare domani. E' un po' come se avessimo dato ai giovani una bicicletta senza catena.
Pedalare non si traduce in un movimento, non c'è un rapporto tra la fatica che faccio e la strada che posso percorrere, la meta che posso raggiungere. Siamo in una società che non ha punti di riferimento chiari o forse si sono polverizzati o, se ci sono, comunque difficili da individuare, in un contesto in cui prevale l'autorealizzazione piuttosto che la realizzazione di un progetto comunitario condiviso. E, forse, la difficoltà più grossa è quella di progettare. Allora la sfida educativa di oggi diventa come progettare in una epoca dove prevale la precarietà, dove c'è una incertezza esistenziale, dove prevale la dimensione del rischio e la paura del rischio, dove c'è una ricerca di libertà senza vincoli ma che molto spesso porta a scelte inautentiche. Viviamo un po' un paradosso: siamo liberi di fare ogni cosa, ma questo non ha aumentato la nostra felicità e la nostra soddisfazione. In un contesto dove prevalgono le emozioni e i sentimenti che per loro natura rischiano di essere effimeri, questi sembrano anche diventare il criterio guida per ogni scelta non solo nella sfera privata, ma anche nell’orientamento nella realtà e nelle scelte condivise. Emozioni e sentimenti sembrano guidare le scelte che devono darci delle risposte immediate e perdiamo la capacità di fare progetti per il futuro più grandi e di mettere in campo i desideri».
Che cosa è il desiderio?
Simeone si è allora chiesto che cosa è il desiderio? «La parola desiderio è un po' ambigua - ha detto il relatore – rischiamo di non intenderci quando ne parliamo. Una delle possibili interpretazioni etimologiche anche se forse non così corretta ma suggestiva è che desiderare derivi da de-siderare, cioè guardare il cielo stellato. Ed è bello allora pensare che includere nella relazione educativa il desiderio, educare al desiderio vuol dire invitare le persone a guardare il cielo stellato, a guardare in alto, a non rimare ripiegati su se stessi in un solipsismo che porta alla chiusura, che inibisce le relazioni. Allora guardare il cielo è anche ciò che fanno le persone quando vogliono orientarsi se non hanno punti di riferimento. E' guardando al cielo stellato che è possibile disegnare una rotta e sognare un approdo». La parola “desiderio” porta già nel suo etimo la dimensione della veglia e dell’attesa, dell’orizzonte aperto e stellare, dell’avvertimento positivo di una mancanza che sospinge alla ricerca. Il desiderio porta sempre con sé una povertà – una lontananza – che è un tesoro come ricorda Massimo Recalcati, nel suo libro “Ritratti del desiderio”. «La dimensione dell’attesa è strettamente legata al desiderio. - prosegue il relatore - A Brescia i doni li porta Santa Lucia. Nei miei ricordi d'infanzia c'è l'attesa di questa notte fantastica del 13 dicembre e in questo cammino c'erano tanti piccoli rituali che indicavano il passaggio di Santa Lucia che veniva ad osservare il comportamento dei bambini per verificare se poi poteva lasciare dei doni oppure no. E questa attesa faceva crescere dentro il desiderio. Anche quando ci innamoriamo di una persona l’attesa fa crescere il desiderio. Oggi abbiamo invece la possibilità di essere sempre connessi, di una comunicazione immediata e questo rischia di minacciare il desiderio. Io non coltivo il momento dell'incontro. Lo vivo nella sua immediatezza e qualche volta anche a sproposito. E il desiderio in qualche modo porta con sé una dimensione che è legata alla povertà, alla lontananza, alla possibilità di cercare un tesoro che ancora non abbiamo. Mi piace perciò pensare che si possa educare costruendo
una relazione educativa che non sia giocata tutta su una risposta a un bisogno come normalmente noi facciamo. Anche io all'università insegno ai miei studenti che un progetto educativo si predispone a partire dall'analisi dei bisogni, ma mi sono accorto che questo è troppo poco. Oggi siamo genitori molto solerti, talvolta da non permettere nemmeno ai nostri figli di esprimere dei desideri. I loro bisogni sono saturati subito. Ci preoccupiamo di dare una risposta ai bisogni prima ancora che possano emergere. Che cosa significa allora passare da una logica della risposta a un bisogno a quella che io ho definito una metalogica del desiderio, cioè a qualcosa che sta a un livello superiore? Il bisogno dice di una necessità, e una volta che il bisogno è stata soddisfatto non c'è più bisogno di quella relazione, il desiderio invece ci dice di una libertà, se io desidero incontrare una persona, non necessariamente ho bisogno di quella persona, ma proprio perché non ne ho bisogno il mio desiderio di incontrarla dice di una libertà che gioco nella relazione con l'altro».
Per Simeone il bisogno istruisce (cioè dà strumenti) il desiderio, e il desiderio in-segna (cioè lascia un segno) al bisogno la sua vocazione originaria, cioè relazionale. Il bisogno opera nel regno di ciò che è dovuto, mentre il desiderio in quello che è voluto. Il bisogno è legato all'appagamento, il desiderio invece evoca e invoca il riconoscimento dell’altro per le sue caratteristiche. Il bisogno molto spesso dice prestazione, il desiderio invece evoca e invoca
relazione. Il bisogno spesso diventa una pretesa, il desiderio invece è un'attesa. Il filosofo francese Emanuele Levinas parla della carezza come l'atto più profondo, più significativo dell’incontro tra un uomo e una donna perché la carezza non prende l’altro, non lo trattiene, lo riconosce, gli restituisce la sua identità. Diventa l'occasione per quella che lui chiama “epifania del volto”, dove l'altro si può manifestare per le sue caratteristiche più autentiche. Ecco allora questa carezza che porta con sé anche l’attesa, che lascia all’altro l’iniziativa, che non è rapace. «Il bisogno – ha ripreso il relatore - dice pretesa, e il desiderio invoca la sorpresa di fronte all'altro, di fronte alla meraviglia dell'altro. L'altro non lo conosciamo mai fino in fondo, non ci appartiene mai totalmente. C'è sempre qualcosa dell'altro che ci sfugge,
che ci può stupire. Ed è questa la meraviglia di una relazione che continua nel tempo. Il bisogno dice libertà di scelta, il desiderio evoca e invoca scelta di libertà. Oggi abbiamo bisogno di riscoprire questa educazione al desiderio. Il desiderio non possiamo darlo per scontato. Ha bisogno di essere sollecitato, di essere fatto crescere. Abbiamo bisogno di sognare».
Educare il desiderio
«Anche educare il desiderio è un aspetto importante che non è contrapposto a quanto detto fino ad ora, - ha sottolineato Simeone - ma lo integra. Perché? Perché il desiderio per realizzarsi deve incontrare la legge e ha bisogno di testimoni credibili. E tocca a noi adulti testimoniare ai giovani che i desideri possono abitare la nostra vita, che si possono incarnare, abitare la quotidianità. Ad alcune condizioni. L'educazione va riscoperta come un dono tra le generazioni. Essa dà a chi sta crescendo gli strumenti per camminare per il mondo, per trasformarlo, per renderlo migliore. Potremmo dire, come Sange nel suo libro “La loi du don” che “Il dono è l’apertura del nostro essere alla presenza dell’altro per renderlo attore della sua propria vita”. Non per chiedere all'altro di fare ciò che desideriamo, ai nostri figli di sanare in qualche modo le nostre ferite o di viverli come un prolungamento narcisistico e per affidare loro di realizzare ciò che noi non siamo stati in grado di fare, ma per dare loro gli strumenti perché possano aprirsi il loro cammino, scoprire il loro sentiero. Mi piace pensare che vi sia una “genealogia del dono”, che ciascuno di noi educatori può donare in maniera generativa, senza pretendere un tornaconto, soltanto nella misura in cui scopre di essere stato destinatario a sua volta di un dono, cioè nella misura in cui noi riconosciamo di aver ricevuto un dono e siamo riconoscenti, entriamo nella prospettiva che donare qualche cosa agli altri (come genitori, insegnanti o educatori) diventa la restituzione di qualche cosa che abbiamo ricevuto e diventa gesto di gratitudine. E questo lo rende un dono generativo, liberante».
Simeone ha ricordato come gli antropologi ci hanno detto che un dono è un elemento fondamentale per creare legami speciali tra le persone e fa sì che certe relazioni diventino uniche. Così è anche il dono nella relazione educativa, ma questo può essere un legame che stringe, che avvinghia, che soffoca, che impedisce di crescere oppure può essere un legame che libera, che nutre, che dà linfa vitale all'altro. Qual è la differenza? «E' un legame che avvinghia – ha sottolineato Simeone - se io ti dono qualche cosa per tenerti stretto a me, perché voglio che tu mi restituisca qualcosa, ed è un legame che libera se invece questo è un dono gratuito che non pretende risarcimento e ti mette nella condizione di diventare a tua volta donatore nei confronti di altri. E allora c'è questa generatività che passa di generazione in generazione. Da questa generatività nasce la responsabilità educativa. Anche il termine responsabilità è importante. Deriva da rispondere. Il filosofo francese Paul Ricoeur dice che la responsabilità nasce da appello simile a quello del volto del neonato che viene al mondo e non può sopravvivere se non c'è qualche adulto che si prende cura di lui. Il
volto di questo neonato lancia il suo appello e attende che ci sia qualche adulto che risponde positivamente a questo appello, che si prende cura di questo bambino, che mantiene fede a quella promessa di vita che è contenuta in quel bambino e che si potrà realizzare soltanto attraverso un accompagnamento. La responsabilità allora come risposta a
questa chiamata. Mi sembra interessante dal punto di vista educativo lasciarci provocare, farci chiamare cioè dall'altro e decidere se rispondere affermativamente o no. Costruiamo attraverso il dono un legame generativo, liberante, non costrittivo, ma soprattutto dobbiamo poter essere testimoni del necessario rapporto tra desiderio e legge».
Per il relatore la legge, la regola, il limite, che noi oggi contrastiamo, a differenza di quanto potrebbe sembrare non sono ostacolo per il desiderio, ma la sua condizione necessaria perché si realizzi. In un mondo senza legge, senza limite, il desiderio non si genera. Desiderare qualcosa significa concentrarsi su qualcosa di specifico, di concreto, riuscendo a trattenersi dal godere di altre mille cose per perseguire il proprio desiderio specifico. Se io amo veramente quella persona e desidero costruire una relazione unica con lei, e voglio coltivare il desiderio di avere un rapporto significativo con quella persona devo essere disposto a rinunciare alle altre mille relazioni che potrei costruire con altre persone. Il desiderio perché si possa incarnare ha bisogno della norma, della legge». Simeone ha ricordato l'incontro con una ragazzina che è poi diventata sua moglie con cui aveva iniziato
a coltivare il desiderio di condividere la sua vita con lei.
«Questo miracolo è potuto accadere perché reciprocamente ci siamo obbligati, cioè ob-legati, legati insieme. Ma non per costringerci, ma per liberarci, per darci la vita reciprocamente di realizzare la nostra vita grazie all'altro, di dare senso e significato alla nostra vita grazie all'altro. E siamo cresciuti insieme, siamo diventati grandi insieme. Abbiamo sperimentato la gioia di essere padri e madri insieme. Ma questo è stato possibile attraverso questa norma, questa legge che ci siamo dati. Mia moglie nella sua vita avrà incontrato senz'altro degli uomini più belli, più simpatici di me, però lei ha deciso di giocare la sua vita con me e io ho provato a fare altrettanto con lei. E allora voi capite che questo
non è il limite, ma è la potenzialità, la possibilità. E' stata la nostra possibilità. La regola offre una disciplina che permette di costruire un desiderio senza che questo venga inghiottito dalle mille possibilità della vita. “Affinché vi sia facoltà di desiderare, è necessario che vi sia legge [...] un padre è colui che sa unire e non opporre desiderio e Legge” come dice Recalcati. Per farlo però bisogna essere testimoni che questo è possibile. Non c’è un altro modo per dare ai giovani la possibilità di desiderare se non avere noi adulti una vita ricca, piena di desiderio, di bellezza. Testimoniare con la nostra vita che è una vita che vale la pena di essere vissuta, una vita buona che dà senso e significato alla nostra esistenza. Mi piace qui citare Natalia Ginzburg, che nel libro «Le piccole virtù» scrive: “Se abbiamo noi stessi una vocazione, se non l’abbiamo rinnegata o tradita, allora possiamo lasciar germogliare i nostri figli quietamente fuori di noi, circondati dell’ombra e dello spazio che richiede il germoglio di una vocazione, il germoglio d’un essere. Questa è forse l’unica reale possibilità che abbiamo di riuscir loro di qualche aiuto nella ricerca d’una vocazione, avere una vocazione noi stessi, conoscerla, amarla e servirla con passione: perché l’amore alla
vita genera amore alla vita”. E' bello che il pensiero di questa scrittrice laica ci inviti come adulti a scoprire la nostra vocazione, a fare noi discernimento per aiutare anche i giovani
a scoprire il senso della loro vita».
Il desiderio di educare
Simeone ci accompagna così all'ultimo passo: il desiderio di educare. «Perché ho voluto parlarne? Perché credo che se sperimentiamo la possibilità di guardare il cielo, di risvegliare il desiderio, – ha chiosato il relatore – e se abbiamo la fortuna di incontrare qualcuno che ci aiuta a educare questo desiderio perché si possa realizzare, allora in noi c'è un'eccedenza che in qualche modo noi dobbiamo donare agli altri. Questo è un dono che ci spinge a essere generativi. Dopo aver fatto l'esperienza di suscitare il desiderio, di vivere il desiderio nel rapporto con la legge, allora inevitabilmente emerge il desiderio di educare». Rispetto a questo il professore ha citato un passaggio del documento della CEI del 2010 «Educare alla vita buona del Vangelo»: “Chi educa è sollecito verso una persona concreta, se ne fa carico con amore e premura costante, perché sboccino, nella libertà, tutte le sue potenzialità.
Educare comporta la preoccupazione che siano formate in ciascuno l’intelligenza, la volontà e la capacità di amare, perché ogni individuo abbia il coraggio di decisioni definitive”. «Mi sembra un bel modo di presentare l'educazione. – ha detto – Un'educazione che è caratterizzata da amore e premura, che rispetta la libertà dell'altro, che favorisce lo sviluppo delle potenzialità dell'altro e poi che vuole proporsi di sviluppare l'intelligenza, la volontà, la capacità di amare. E questo alla fine è quello che conta. E tutto questo dovrebbe darci il coraggio di scelte definitive. Un amore generativo che non vuole difendere l'educatore, non vuole mettere al centro i genitori, gli insegnanti, i sacerdoti, le figure educative, ma una relazione generativa che fa sì che l'altro non abbia più bisogno di noi. Voi conoscete il mito di Cronos che era ossessionato dall'idea che qualcuno potesse spodestarlo. E allora tutte le volte che la moglie metteva al mondo un figlio lo divorava per essere sicuro che nessuno lo avrebbe mai sostituito. Credo che questo mito sia una metafora che ci riguarda da vicino. L'educazione è proprio il contrario: far morire se stessi perché gli altri possano crescere». Di qui la citazione di Xavier Lacroix che nel libro “Passatori di vita”, dedicato alla paternità, scrive “Qui troviamo il paradosso di ogni educazione, che consiste nell’aiutare una libertà a realizzarsi, poi a crescere. In ultima analisi, l’educazione dà alla persona che viene educata i mezzi per fare a meno dell’educatore. Più esattamente, l’educatore dà alla persona, l’aiuta ad acquisire i mezzi per la propria autonomia, il che significa che egli non mira ad essere indispensabile”.
L'educazione è questa relazione che fa sì che l'educatore sia sempre meno indispensabile e che le persone diventino sempre più autonome. «E' una educazione per la crescita integrale della persona – ha detto – citando alcuni passaggi del libro di Durrande, un altro professore di filosofia, dal titolo “L’arte di educare alla vita” (Qiqajon) che scrive ad un suo allievo diventato educatore per provare a dirgli che cosa significa dal suo punto di vista educare: “Il compito primario di un educatore è quello di offrire la testimonianza di una umanità autentica e piena: non vivere al di sotto della propria umanità, non vivere contraddicendola, ma cercare sempre di esservi fedele. (...) L’opera educativa è anche una realtà molto discreta, è un seminare nel terreno sociale l’interrogativo su cosa significhi essere uomini”.

«Mi piace questa idea – ha concluso il relatore - che educare possa essere simile all'opera di un seminatore che butta questi semi nella società, questo interrogativo su che cosa significa davvero essere uomo. Per procedere nel ragionamento utilizzo il quadro di Van Gogh “I primi passi”. C'è una mamma che sostiene una bimba e a pochi passi c'è il padre contadino che allunga le braccia verso la figlia. Chi di voi ha avuto dei bambini sa bene quanto sia magico questo momento. Ed è magico perché è un momento in cui il bambino per la prima volta fa una cosa che non ha mai fatto e non sa nemmeno se è capace di farla. Affronta i primi passi, a stare in equilibrio da solo e ad andare verso quelle braccia che sono protese nella sua direzione. Ma che cosa gli permette di camminare? Il fatto che c'è un genitore che lo sostiene, ma che lo lascia anche andare, che con lui accetta di correre questo rischio, e un altro genitore che è pronto a prenderlo, a soccorrerlo, che non lo lascerà da solo di fronte alle difficoltà. Questo dovrebbe essere l'atteggiamento di ogni educatore e che evita due rischi: da un lato l'essere troppo apprensivi, di proiettare le nostre paure, le nostre angosce su chi sta crescendo, e quindi di non fidarci delle sue capacità, di tenerlo sempre per mano senza lasciargli la possibilità di sperimentarsi e quindi il bambino
non saprà mai se è in grado di camminare da solo o no; e dall'altro la disattenzione, l'allontanamento, il non avere abbastanza vicino un genitore con le braccia protese pronto a prenderti e che ti dà quella fiducia per poter affrontare il vuoto per la prima volta da solo. Tra questi due estremi c'è quella giusta distanza che permette al bambino di sperimentarsi. Qual è la cosa difficile? Che questa giusta distanza cambia momento per momento durante la crescita dei nostri figli, e non ci sono manuali di psicologia o di pedagogia che ce la spieghino. E' una distanza che dobbiamo trovare noi. E la troviamo in base alla capacità di conoscere nostro figlio, nostra figlia, i nostri alunni, i nostri ragazzi. Scrive in proposito sempre Durrande “Solo attraverso un costante lavoro su se stesso un educatore può impegnarsi in quest’opera vitale, poichéeducare è innanzitutto incontrare e ogni incontro è possibile solo creando uno spazio di accoglienza in se stessi, quello spazio che nasce dalla piena adesione alla propria umanità”. Allora un buon educatore è un uomo pienamente
uomo, una buona educatrice una donna pienamente donna. Vuol dire che per educare dobbiamo innanzitutto educarci. Lavorare su di noi. Mi piace a questo punto richiamare un passaggio della “Lettera ai giudici”di don Lorenzo Milani. Don Milani scrive: “E allora il maestro deve essere per quanto può profeta, scrutare “i segni dei tempi”, indovinare negli occhi dei ragazzi le cose belle che essi vedranno chiare domani e che noi vediamo solo in confuso”. Siamo partiti dalla difficoltà degli adulti nel riconoscere nei giovani gli aspetti positivi, generativi, innovativi, qui forse abbiamo la risposta. Forse i giovani potranno vedere meglio di noi le cose di domani, noi le vediamo soltanto annebbiate, però ci viene chiesto
di fare uno sforzo profetico, di provare a intuire nei loro occhi quali sono queste cose che potranno guidarci per il futuro. Concludo con un proverbio che ho imparato in Africa: “Portate i vostri bimbi sulle spalle, che i loro occhi possano guardare lontano”. Noi invece siamo troppo preoccupati di voler guardare noi lontano. Fidiamoci un po' di più di chi sta crescendo. Non abbiamo paura a metterli sulle nostre spalle perché possano vedere là dove noi non vediamo, perché possano immaginare degli orizzonti che noi non riusciamo ad immaginare».


