Benessere e Natura: il fegato, laboratorio silenzioso della trasformazione
a cura del Dott. Andrea Nicola, Farmacista
Ci sono organi che si fanno sentire e altri che lavorano in silenzio. Il fegato appartiene a questi ultimi. Trasforma, seleziona, immagazzina, rende utilizzabile ciò che introduciamo nell’organismo e partecipa all’eliminazione di ciò che non serve. È, in un certo senso, un grande laboratorio chimico che non conosce riposo.
Forse proprio per questo, molto prima che la fisiologia ne comprendesse i meccanismi, il fegato occupava un posto particolare nell’immaginario medico e simbolico. Nel linguaggio alchemico potremmo riconoscervi, per analogia, il luogo della trasformazione: ciò che entra non è più ciò che esce.
«In farmacia ho imparato che il nostro organismo raramente ci chiede gesti straordinari. Più spesso ci chiede misura, tempo e un po’ di ascolto.»
Non perché il nostro corpo abbia bisogno di essere periodicamente “ripulito” — espressione suggestiva ma scientificamente imprecisa — quanto perché alimentazione, movimento, alcol, farmaci e stile di vita possono incidere sul metabolismo e sul benessere digestivo.
Anche la fitoterapia ha costruito nei secoli un rapporto particolare con il fegato.
Il cardo mariano

(Silybum marianum) è probabilmente la pianta più conosciuta. Dai suoi frutti si ricava la silimarina, un complesso di flavonolignani studiato soprattutto in relazione allo stress ossidativo. La tradizione europea ne conserva l’impiego nei disturbi digestivi di origine epatica. Pianta protetta dalle spine, sembra quasi custodire ciò che contiene: una caratteristica che gli antichi avrebbero letto come una signatura.
Poi c’è la fumaria (Fumaria officinalis), esile e quasi evanescente. Contiene alcaloidi isochinolinici ed è tradizionalmente associata alla funzione digestiva e biliare. Il suo stesso nome richiama il fumo che, nell’immaginario alchemico, rappresentava ciò che si separava dalla materia durante la trasformazione.
La bardana (Arctium lappa) ci conduce invece verso la terra. Se ne utilizza soprattutto la radice, ricca anche di inulina. La tradizione fitoterapica europea la associa alla diuresi, all’appetito e al benessere della pelle. Simbolicamente è la discesa nella materia: prima di trasformare, occorre andare alla radice.
Infine il desmodio (Desmodium adscendens), proveniente dalla tradizione fitoterapica africana e studiato per i suoi flavonoidi e altri fitocomposti. La sua presenza ci ricorda come la fitoterapia moderna sia anche incontro fra conoscenze botaniche nate in culture lontane.
Quattro piante, dunque, e quattro storie. La scienza contemporanea ci chiede di studiarne principi attivi, dosi, indicazioni e limiti; la tradizione ci consegna invece il patrimonio dell’osservazione.
Non dobbiamo confondere questi due linguaggi. Possiamo però permettere loro di dialogare.
L’alchimia cercava di trasformare la materia per ricavarne qualcosa di più puro. Oggi sappiamo che il nostro organismo compie trasformazioni infinitamente più complesse di quanto gli antichi potessero immaginare.
E forse la vera purificatio moderna comincia proprio qui: non nel tentativo di depurare ossessivamente il corpo, ma nel togliere qualche eccesso dalla nostra vita.




