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Benessere e Natura: la mela renetta: dalla tavola alla pelle

2 ott
Tempo di lettura: 2 min

a cura del Dott. Andrea Nicola, Farmacista



Ci sono frutti che appartengono alla nostra alimentazione e altri che appartengono anche alla nostra memoria. La mela renetta, in Valle d’Aosta, è entrambe le cose: buccia ruvida, gusto leggermente acidulo e quell’aspetto autentico che sembra raccontare la montagna.

Una mela media, circa 150 grammi, rappresenta indicativamente una porzione di frutta e può trovare posto quotidianamente in un’alimentazione varia. Apporta acqua, fibra alimentare, acidi organici e numerosi composti vegetali. Fra le fibre troviamo la pectina; accanto ad essa, i polifenoli, studiati soprattutto per le loro proprietà antiossidanti.

Niente “superfood”, dunque, ma qualcosa di più semplice: un buon alimento da consumare con regolarità.

C’è però un particolare che mi ha sempre affascinato: una parte interessante del patrimonio fitochimico della mela si trova proprio nella buccia. Quella superficie ruvida che talvolta eliminiamo è il confine attraverso il quale il frutto si confronta con luce, ossigeno e ambiente e contiene diversi composti fenolici.

«Ho provato un piacere particolare nello studiare la mela renetta e ancora di più nel cercare di recuperare le sue bucce. Mi piace pensare che la ricerca possa cominciare proprio da ciò che, fino a ieri, consideravamo uno scarto.»

 Ed è qui che dalla tavola possiamo passare alla pelle.

 Lo stress ossidativo è uno dei fenomeni coinvolti nell’invecchiamento cutaneo e i composti vegetali ad attività antiossidante sono da tempo oggetto di interesse cosmetico. Ma recuperare una buccia significa anche trovare il modo di valorizzarne il patrimonio fitochimico.

Uno degli strumenti è la fermentazione. Attraverso l’attività dei microrganismi la materia vegetale viene trasformata e il suo profilo fitochimico può modificarsi, rendendo disponibili composti differenti rispetto alla materia di partenza.

È un principio che mi affascina: non aggiungere qualcosa alla natura, ma utilizzare la conoscenza per valorizzare meglio ciò che la natura ha già costruito.

Una buccia destinata a essere scartata può così diventare materia di ricerca.

Alimentazione, cosmetica e sostenibilità finiscono per incontrarsi intorno allo stesso frutto.

E forse la vecchia renetta, ruvida e imperfetta, ci insegna proprio questo: a volte innovare non significa cercare lontano, ma imparare a guardare meglio ciò che cresce accanto a noi.

 


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