Dall'archivio del Corriere: "Sono stato a Magnano in Riviera"
[tratto da Corriere della Valle, Aosta, 21 ottobre 1976, p. 1]
50 anni fa il terremoto in Friuli. La testimonianza di Mons. Ovidio Lari
Per dimostrare ai fratelli friulani colpiti dal terremoto la solidarietà e l’affetto delia Diocesi di

Aosta, ho compiuto una breve visita alla parrocchia di Magnano in Riviera, quella con la quale abbiamo stabilito il gemellaggio. Là ho visitato il paese e mi sono incontrato con l’Arcivescovo, col Parroco e con gli abitanti. Di questa intensa visita vorrei dare relazione alla Diocesi, dopo aver avvertito che parlare di “paese e di abitanti” è molto improprio, dato che quasi tutte le case degli uomini (e anche quella del Signore) son rase al suolo, mentre la maggioranza della popolazione ha cercato un rifugio più sopportabile nei paesi non vicini di Ugnano e Grado.
Fino a poche settimane fa gli abitanti di Magnano erano rimasti attaccati alla loro terra, non solo spiritualmente ma anche fisicamente: vivevano in tenda e lavoravano a riparare le poche case rimaste miracolosamente in piedi. Poi vennero le nuove scosse sismiche dell’11 e del 15 settembre, che abbatterono quanto il terremoto del 6 maggio aveva risparmiato e fecero anche sentire che, col clima autunnale, la vita in tenda non era più possibile. Così la più gran parte della popolazione di Magnano ha lasciato la sua terra per disperdersi in paesi ospitali: un piccolo gruppo è venuto anche ad Aosta ed ha trovato accoglienza presso l’Hôtel Panoramique e presso il Convento delle Suore Giuseppine.
Qualcuno ha detto che il terremoto di maggio fece crollare il Friuli, mentre quello del settembre ha fatto crollare i Friulani. Io penso che questa affermazione sia più pittoresca che vera, ma non posso negare che i due sismi del mese di settembre abbiano prostrato le rinascenti energie del popolo friulano. Nel momento in cui la speranza rifioriva, e con essa incominciavano a rinascere i paesi distrutti, un nuovo colpo non poteva che essere più disastroso del primo: e tale è stato di fatto. A chi va ora nel Friuli, i pochi abitanti rimasti domandano: «Risorgerà la nostra casa? Risorgerà il nostro paese?». Vogliono sentirsi rispondere: «Certo: tutto risorgerà». Vogliono essere incoraggiati a sperare, anche se poi, alle vostre parole di speranza, oppongono risposte disperate. Questa brava gente ha la disperazione sulle labbra e la speranza nel cuore. Chi invita a sperare, chi dimostra affetto, chi dona aiuto, coltiva la speranza che i friulani custodiscono in cuore, e fa loro un grande bene.
La nostra Valle, con la sua presenza a Magnano in Riviera, è stata suscitatrice e donatrice di speranza. Regione e Diocesi hanno collaborato in perfetta intesa ad alleviare i disagi, a servire i colpiti, a risolvere i gravi problemi che il disastro ha provocato: ora la popolazione ha ripreso coraggio. Dire Aosta, a Magnano in Riviera, è far tornare il sorriso su labbra che il dolore aveva sigillato, è accendere un bagliore di fiducia in occhi che hanno conosciuto un lunghissimo pianto. Da Magnano, il nome di Aosta, si è propagato in altre località colpite dal sisma, e ora quel nome è benedetto in tutto il Friuli. La Diocesi deve conoscere queste notizie e deve goderne. Questa è la più bella impresa che la popolazione valdostana abbia compiuto non so da quanti anni o da quanti secoli. Però stiamo attenti: queste cose non ce le diciamo per insuperbirci, ma per impegnarci ancora di più. Il Friuli continua a chiedere la nostra generosità e noi dobbiamo continuare a mostrargliela.
In questi giorni ha inizio la costruzione del «Centro della Comunità» che la nostra Diocesi regala alla parrocchia di Magnano. Fra due mesi la costruzione sarà terminata e noi potremo dire di aver dato a quella brava gente un ambiente grande e resistente al terremoto, che potrà servire da Chiesa, da mensa, da ambulatorio medico, da sala per riunioni, da tutto. I quarantadue milioni e più che abbiamo già raccolto serviranno a questo scopo. Ma sorgono altre necessità. Ora occorre preparare un’abitazione provvisoria per le famiglie che sono andate lontano e desiderano rientrare nella loro terra per dedicarsi alla ricostruzione. Noi vogliamo offrire il più gran numero possibile di queste abitazioni prefabbricate. Il tipo di casa che abbiamo scelto è costituito da una costruzione in legno che richiama i nostri rascards: un ambiente lindo e caldo, che dà il senso della gentilezza e dell’intimità. Le prime tre abitazioni di questo genere erano quasi finite quando io visitai Magnano ed erano già state assegnate a tre delle famiglie più bisognose e più meritevoli. Volli visitare quelle case e rimasi molto sorpreso quando vidi che sui davanzali delle finestre e sulla soglia della porta c’erano dei vasi di fiori. Domandai chi avesse messo quei fiori e mi fu detto che erano state le famiglie assegnatarie. Vi assicuro che mai come in quel momento ho capito il linguaggio dei fiori. Quei fiori erano un canto di speranza, un ringraziamento muto e commosso, un invito a fare ancora e a fare presto perché le famiglie che aspettano sono tante, il paese impiegherà molti anni per risorgere; mentre si lavora alla ricostruzione, occorrono tante case provvisorie: tante case dei fiori come quelle che stanno sorgendo.
Compreso di questa necessità, ho impegnato la Diocesi ad una spesa ulteriore di venticinque milioni, per la costruzione di case prefabbricate; son certo che quei milioni verranno. Anzi, son certo che ne arriveranno di più e potremo costruire più ancora di quanto abbiamo promesso. La gara di generosità è aperta: nessuno si tiri indietro.
C’è una cosa che mi ha colpito passando per il Friuli: molti paesi sono stati completamente distrutti, ma spesso è rimasto in piedi il campanile. Io penso che nel disegno misterioso e sempre misericordioso della Provvidenza quei poveri campanili debbano essere come tanti indici puntati verso il cielo, per dire ai Friulani: «Guardate in alto e abbiate fiducia». Vorrei che gli stessi campanili dicessero a noi valdostani: «Guardate in alto e abbandonate ogni grettezza».
C’è un’altra cosa che mi ha fatto riflettere: gli orologi di quei campanili son tutti fermi alle ore 9: il terribile momento in cui la sera del 6 maggio 1976 la terra friulana tremò e la vita cessò. Quegli orologi devono ripartire per riprendere a segnare e suonare ore serene. È un impegno che ci vogliamo assumere; è un impegno al quale non possiamo mancare.
Mons. Ovidio Lari, vescovo




