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Orient Press: se la Cresima fa "indotto"

2 giorni fa
Tempo di lettura: 5 min

di Don Carmelo Pellicone


Fratelli e Sorelle, probabilmente avete avuto notizia della protesta di alcuni commercianti di Palermo, che si sono coalizzati contro una decisione del vescovo. Per chi non ne sapesse nulla, cerco di sintetizzare i fatti. Innanzitutto dobbiamo ricordarci che da decenni in Italia la Chiesa si sta interrogando sulla catechesi dei più giovani (il cosiddetto catechismo). Quando vigeva la cosiddetta “cristianità”, tutto andava bene; o meglio: ci si illudeva che tutto andasse bene. Nessun catechismo può trasmettere la fede, che è dono di Dio, ma nel contesto sociale del passato, quel catechismo, fatto di domande e risposte da imparare a memoria, creava quel sottofondo di cultura cristiana, grazie al quale tutti si sentivano e si dicevano cristiani, anche se poi le scelte concrete della vita non sempre erano impregnate di vangelo.

Già in occasione del Concilio Vaticano II (1962 - 1965), la Chiesa si pose il problema di dare nuova vitalità alla catechesi (da offrirsi a tutte le fasce di età, non solo ai bambini, come “formazione permanente” al vangelo). Rimane fondamentale nella nostra storia ecclesiale il documento della CEI intitolato Il rinnovamento della catechesi. Risale all’ormai lontano 1970, ma continua ad essere il documento-base col quale la nostra catechesi dovrebbe confrontarsi.

Sono passati decenni, nel corso dei quali le diocesi italiane hanno lavorato e ancora lavorano per rinnovare in maniera più efficace il modo di trasmettere le basi della fede alle generazioni più giovani.

Questo rinnovamento ha evidenziato “incrostazioni storiche”, non facilmente risolvibili, come, per esempio, la separazione dei sacramenti dell’iniziazione cristiana — battesimo, confermazione, eucaristia —, che per secoli sono stati invece celebrati insieme (e come ancora accade quando una persona adulta chiede di diventare cristiana). Ora, per motivi che non andiamo in questa sede a spiegare, questi sacramenti non solo non sono celebrati insieme, ma ne è stato anche invertito l’ordine, facendo precedere la confermazione

dall’eucaristia.

Proprio per cominciare a rimediare almeno a quest’ultima “anomalia”, diverse diocesi hanno scelto di celebrare insieme, al termine di un cammino di alcuni anni, confermazione ed eucaristia. Questa scelta permette di ridare ai sacramenti la giusta successione; e inoltre si vorrebbe comunicare l’idea che ai sacramenti si arriva dopo un serio cammino di riflessione e di preparazione, e non perché si ha l’età stabilita dalla tradizione. Onestamente dobbiamo dire che questa scelta, là dove è stata attuata, non ha risolto i problemi della catechesi: è solo una toppa che si mette ad un abito ormai logoro. Ma, nell’attesa di rinnovare tutto l’abito… meglio che niente.

Torniamo alla diocesi di Palermo da cui siamo partiti. Ebbene: anche in essa il vescovo, Corrado Lorefice, ha preso la decisione di unificare la celebrazione della confermazione e dell’eucaristia al termine di un cammino catechetico di cinque anni.

Dunque, nel panorama italiano, non siamo davanti ad una novità, ma la novità c’è, per la protesta che si è ingenerata nel mondo del commercio. Infatti, tra le “incrostazioni storiche” a cui accennavo, ci sono anche i “rituali sociali” che spesso accompagnano la celebrazione dei sacramenti e che abbisognano di ristoranti e sale per ricevimenti, abiti da cerimonia, bomboniere, decorazioni floreali, parrucchieri, fotografi, dolci… Quello che, col linguaggio degli economisti, viene chiamato “indotto”. Chiunque capisce facilmente che unificare la “Festa per la Prima Comunione” e la “Festa per Cresima” in un’unica festa riduce del 50% i guadagni dei sopraccitati commercianti. Ma, aggiungo io, riduce del 50% le spese delle famiglie!

Un prete fiorentino, Angelo Bigalli, ha commentato: «Conflitto inevitabile, peraltro da tempo ben chiaro a molti di noi parroci. Ho grande rispetto per il lavoro, ma prima ci liberiamo da certa paccottiglia e meglio è». Sì, per noi preti-parroci, questa problematica è arcinota: i sacramenti spesso non sono esperienze di fede, ma occasioni di feste familiari; e questo si verifica già con il primo sacramento, il battesimo, che per molti è la festa della presentazione alla famiglia del neonato, quasi l’“ingresso in società”.

Intanto a Palermo, per avere nuovamente delle Prime Comunioni nel 2027 (e i relativi festeggiamenti), l’associazione dei commercianti ha proposto al vescovo «un percorso transitorio intensivo destinato ai bambini più grandi, che saranno i primi a completare il nuovo ciclo di preparazione».

Insomma, una specie di corso accelerato! La posizione della Chiesa è stata ulteriormente chiarita: «L’Arcidiocesi desidera ribadire lo spirito di un cammino, avviato nel 2024 dopo anni di confronto, che ha a cuore unicamente il bene delle famiglie e si colloca pienamente nel cammino sinodale della Chiesa italiana, così come ricordato dal Santo Padre. […] Comprendiamo le fragilità e le sofferenze del tessuto produttivo locale, fatto di piccoli imprenditori, lavoratori e padri di famiglia che vivono con fatica questo tempo storico. Tuttavia, la proposta che è stata fatta circolare attraverso i social da alcune organizzazioni di categoria di comprimere il cammino di fede in “corsi intensivi di catechismo” per poter celebrare le prime Comunioni già nel 2027, appare indifferente e addirittura contraddittoria rispetto alla natura stessa della riforma così faticosamente e meticolosamente costruita: una simile riduzione, infatti, priverebbe i nostri bambini del tempo necessario per fare un’autentica esperienza di maturazione individuale e comunitaria, snaturando e svuotando il senso stesso del Progetto».

Progetto, spiega il documento, che «vede già l’apprezzamento e il coinvolgimento sereno e corresponsabile della stragrande maggioranza delle famiglie delle nostre parrocchie. […] I sacramenti non sono in alcun modo legati alle consuetudini di natura commerciale che, nel corso del tempo, si sono sovrapposte alle fondamenta religiose di questi passaggi decisivi del cammino di fede cristiana».

Di fronte a questa situazione che sta vivendo la Chiesa palermitana, non si può non pensare all’evangelico «Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» (Mt 22,21): già Gesù ebbe a discutere sulle indebite mescolanze tra sacro e profano! Ho raccontato questa storia, per renderci tutti edotti di quanto il nostro cammino di fede sia zavorrato da consuetudini e tradizioni che spesso poco o nulla hanno a che fare con il vangelo. Penso che prenderne coscienza sia già un piccolo passo avanti verso quel Progetto di Formazione alla Vita Cristiana che anche la nostra diocesi sta cercando di attuare. (v. Lettera del Vescovo, settembre 2026, Appendice n. 1).

Per adesso non è previsto, nella nostra diocesi, il “riordino” ed eventualmente l’unificazione dei sacramenti dell’iniziazione cristiana; ma qualche cambiamento, da attuare gradualmente, è richiesto, con la collaborazione di tutti. Sempre che ci stia a cuore una vera rinascita delle nostre comunità cristiane.

Proprio domenica scorsa concludevo l’omelia più o meno con queste parole: «Che ne sarà delle nostre comunità cristiane fra qualche secolo? […] Ogni comunità che, con vigilanza, non è sempre pronta ad accogliere il Risorto, può vedersi privare della vigna che verrà affidata ad altri, i quali sapranno essere veramente Chiesa. […] Dobbiamo prendere coscienza che la santità per ora non è ancora acquisita definitivamente e che, come ha scritto Gérard Bessière, “Non abbiamo mai finito di cominciare ad essere cristiani”».

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