Quello che resta: gli acquerelli di Roberta
PUBBLIREDAZIONALE
Don Andrea Gaino - Diocesi di Verona:
Accompagnare chi non può più dare nulla, e scoprire che dona ancora

Nello studio di don Andrea Gaino ci sono alcuni acquerelli appesi al muro. Sono di Roberta,
una donna a cui la malattia aveva tolto entrambe le gambe ma non la mano ferma sul
pennello. «Era il suo modo di sentire che poteva ancora essere utile, donare qualcosa»
racconta don Andrea, cappellano da dieci anni nel reparto di ematologia del Policlinico di
Borgo Roma e, da due anni, presidente della Pia Opera Ciccarelli, che gestisce residenze
per anziani e persone con disabilità.
L'ha conosciuta in una delle residenze della Pia Opera. Una signora elegante anche nella
fragilità, che passava le giornate a dipingere mentre il corpo le veniva sottratto. Poi si è
aggravata ed è finita in ospedale, nello stesso reparto dove lui lavora da un decennio. L'ha
seguita anche lì, fino alla fine. «Gli occhi vivaci si sono fatti più interroganti» dice. Non aveva
altro da offrirle se non parole semplici e restare, anche quando ormai non c'era più molto da
dirsi.

Questa attenzione non nasce dai libri di teologia, per quanto sia la materia di sempre di don
Andrea: prima di occuparsi di anziani e malati ha insegnato Teologia morale negli istituti
teologici di Verona, cosa che continua a fare tuttora. Ma quando gli si chiede da dove venga
questa sensibilità, racconta un'altra cosa. Insieme alle sorelle ha accudito i genitori fino alla
fine, in casa, mentre le forze venivano meno giorno dopo giorno. Il padre è morto a 98 anni,
la madre a 97. È lì, dice, che ha imparato certe cose sulla cura che nessuno studio insegna.
In corsia incontra malati oncologici che restano ricoverati anche per mesi, di ogni tipo, non
solo chi frequenta le comunità cristiane. «Dove si percepisce disponibilità e nessuna forma
di giudizio, si apre sempre lo spazio per l'incontro» dice. Alla Pia Opera Ciccarelli invece il
suo ruolo cambia parecchio: non solo visite e ascolto, ma anche far quadrare undici
residenze, tra personale e bilanci. Sono due lavori diversi, quasi due vite parallele.

Nelle residenze, dice, la paura più comune non è la malattia in sé, è sentirsi di peso. Lo ha
imparato osservando chi ci lavora ogni giorno, gli operatori, gli infermieri, gli educatori.
Quello che cerca di fare, insieme a loro, è far capire a ogni ospite che il suo valore non
dipende da quanto riesce ancora a fare con le proprie mani. Anche le famiglie vivono un
equilibrio delicato: non devono sentirsi sollevate dalla cura, né schiacciate dal senso di colpa
per aver portato un genitore altrove.
Il suo lavoro, in fondo, è fatto soprattutto di tempo. «Chi vive una situazione di svantaggio
ha una particolare sensibilità nel percepire quando la vicinanza è sincera» osserva don
Andrea. Per questo il tempo che dedica alle persone non può essere un dovere travestito
da gentilezza: «se lo fosse - dice - si sentirebbe subito». Tra i ragazzi che ha seguito fino
alla fine in questi anni, quello che gli costa di più tornare a raccontare è Mattia, morto prima
di poter sostenere l'esame di maturità. «Non sono riuscito a portare la serenità di cui avrebbe avuto bisogno» dice, senza cercare scuse.

C'è una cosa che ripete spesso, parlando di chi incontra ogni giorno: «nessuna relazione va
in una direzione sola, anche quando le forze in campo non sono uguali». Lo dice pensando
a Roberta, che ha continuato a dare anche quando le mani non reggevano più il pennello. I
suoi acquerelli restano appesi nel suo studio: è lì, ogni giorno che li guarda, che quella
reciprocità continua. È una reciprocità che si può alimentare anche da fuori, con un gesto
minimo quanto quello di un'offerta. Contribuire al sostentamento dei sacerdoti attraverso le
offerte deducibili all’Istituto Centrale per il Sostentamento del Clero significa permettere a
chi, come don Andrea, ha scelto di restare accanto a chi soffre di continuare a farlo.
Luca Iacovone
Servizio per la promozione del sostegno economico alla Chiesa cattolica




