Umanità e Intelligenza Artificiale nella "Magnifica Humanitas" di Papa Leone XIV

In un’epoca travolta dalla velocità delle innovazioni tecnologiche e dall’avvento pervasivo dell’intelligenza artificiale, la Chiesa lancia un richiamo forte e profetico: fermarsi e domandarsi, con coraggio, «dove stiamo andando?». È questo l’interrogativo che ha guidato la serata dello scorso 13 luglio presso la Parrocchia S. Anna di Champoluc, dove una numerosa assemblea si è riunita per la lettura e il commento di brani scelti della nuova Enciclica di Papa Leone XIV, "Magnifica Humanitas" (M.H.).
Ad introdurre i lavori è stato il Parroco, Don Fabrizio Balestra, Medico e Licenziato in Bioetica (APRA), il quale ha tratteggiato il cuore del Documento pontificio: non una mera riflessione tecnica, ma un vero e proprio inno alla bellezza dell’uomo. Una creatura definita dal Santo Padre «magnifica» proprio perché capace di amare, di prendersi cura dell'altro e di cercare la verità oltre il freddo calcolo dei dati. L'invito del Papa, rilanciato da Don Fabrizio, è chiaro: tutti dobbiamo e vogliamo essere «artigiani di speranza» nel cantiere del nostro tempo.

Per sviscerare la complessità del Testo, la Parrocchia ha ospitato un tavolo di Relatori di altissimo profilo: Don Francesco Decio (Teologia fondamentale, Università Cattolica), il Prof. Giorgio Invernizzi (Emerito dell'Università Bocconi), la Prof.ssa Ilaria Vigorelli (Teologia Dogmatica, Pontificia Università della S. Croce) e il Prof. Antonio Tombolini (Emerito della Facoltà di Teologia di Lugano).
La "Magnifica Humanitas" – che come dice il nome stesso (M.H. n. 27) è una lettera "cattolica", cioè universale, rivolta a tutti – affonda le sue radici nella Dottrina Sociale della Chiesa. I Relatori hanno tracciato un excursus che, partendo dalla Rerum Novarum di Leone XIII, riafferma i quattro pilastri portanti del Magistero sociale: la dignità assoluta di ogni persona, la ricerca dialogata del bene comune, la sussidiarietà e la solidarietà.
Per spiegare la deriva tecnocratica attuale, durante la serata è stata richiamata la metafora biblica della Torre di Babele (Gen 11, 1-9), simbolo dell'EGO umano che pretende di edificare il mondo escludendo Dio. Un delirio di autosufficienza che porta all'incomprensione. Tuttavia, la diversità delle lingue posta da Dio non è stata solo una punizione, ma un atto pedagogico: costringere l'uomo all'ascolto, alla carità e allo sforzo per capire l'altro.
A questa frammentazione fa da contraltare la figura di Neemia, il coppiere eunuco alla corte di Persia che, pur avendo fatto carriera a Susa, sceglie di tornare a Gerusalemme per ricostruirne le mura distrutte. Una figura provvidenziale scelta dal Papa per ricordarci il compito odierno: diventare ricostruttori della nostra storia e di una "meravigliosa umanità" spesso ferita dal peccato.
Il cuore del dibattito si è poi spostato sul capitolo 3 dell'Enciclica, dedicato all'Intelligenza Artificiale (IA), una realtà che ormai invade ogni ambito, dalla scuola all'università. Leggendo il punto 99 del Testo, si è evidenziato come l'IA generativa emuli l'intelligenza umana ma resti rigidamente ancorata ai dati: rielabora, ma non crea nulla di nuovo. Non possiede etica, né comprensione, né apprendimento classico, bensì un mero adattamento statistico. Da qui l'appello a un uso "sobrio e vigile", dove la sobrietà – come per il vino – attiene alla capacità di distinguere quantità e qualità.
I Relatori hanno evidenziato i rischi individuati dal Papa, divisi su due livelli:
1. Rischi a livello personale
La delegazione del pensiero: La ricerca del "risultato subito alla mano" impigrisce il pensiero critico, atrofizzando la mente come dei muscoli senza palestra (un dato confermato da numerosi studi).
L'illusione relazionale: Le chat di IA simulano la comunicazione umana in modo gratificante perché programmate a scopo empatico. Il dato è allarmante: quasi due terzi dei giovani tra i 9 e i 17 anni usa oggi ChatGPT come un amico, con una conseguente drastica diminuzione delle relazioni umane reali.
2. Rischi a livello sociale e il "paradigma tecnocratico"
L'efficienza nasconde un enorme consumo di risorse, ma il pericolo maggiore risiede nella falsa impressione di oggettività. Il Papa (punto 104) è categorico: l'IA non è moralmente neutra, poiché risponde secondo i parametri di chi l'ha programmata. Dietro questa tecnologia si cela un potere legato a precisi interessi che alimenta il "paradigma tecnocratico" in senso trans-umano. Il limite biologico e umano non è più accolto come costitutivo, ma visto come un elemento da nascondere, modificare o eliminare attraverso l'ibridazione, sino al tentativo di superare la morte. In questo modo, il senso della vita slitta dalla sua fine (il suo scopo ultimo) alla sua performance: l'infinito prestazionale diventa la grande menzogna sull'uomo. La felicità non risiede nelle prestazioni, ma in quanto siamo stati amati, cioè nella relazione.
Come governare questa transizione? Papa Leone XIV individua tre grandi occasioni per l'uomo contemporaneo: 1. Riscoprire la verità come bene comune. 2. Tutelare la dignità del lavoro. 3. Tutelare la libertà contro ogni mercificazione.
La risposta della Chiesa risiede in una vera e propria "ecologia dell'educazione" (M.H. n. 137/139) che investa la comunicazione (tutela dei dati, giornalismo corretto) e la formazione. L'alleanza tra le Università cattoliche diventa decisiva per fondere il sapere e la verifica dei fatti.
C'è un forte desiderio di rimettere al centro il realismo. Il linguaggio modella la realtà, ma la realtà eccede sempre il linguaggio. Richiamando la filosofia patristica del IV secolo, i relatori hanno ricordato che esiste un infinito distacco
tra Creatore e creatura: la verità totale non è mai pienamente afferrabile dall'uomo, il creato resta una continua esplorazione. La verità come bene comune non è una trincea da difendere, ma uno spazio da scoprire, fuggendo sia dall'idealismo politico sia dal cinismo.
In conclusione, è stato evocato un celebre passaggio di Tolkien: il compito dell'oggi non è fare atti eroici isolati, ma fare il possibile per la salvezza dei nostri tempi, sradicando il male laddove possibile attraverso l'opera di tante "piccole fedi" quotidiane.
L'Enciclica, che si chiude significativamente con il canto del Magnificat e cita Sant'Agostino (M.H. n. 130), indicando infine 5 vie concrete da cui ripartire: 1. Disarmare le parole. 2. Costruire la pace nella giustizia. 3. Assumere lo sguardo delle vittime. 4. Coltivare un sano realismo. 5. Coltivare il dialogo e il multilateralismo.
Ricordando che il compito ultimo di salvare e ricapitolare tutte le cose appartiene a Gesù e al Creatore, il grande vantaggio dei cristiani resta l'eredità di Cristo: la capacità di perdonare per essere perdonati, argine supremo affinché l'uomo non si riduca mai a un mero prodotto commerciale.
Nel ringraziare i Relatori e il copioso uditorio Don Fabrizio ha chiuso la Serata dicendo che questa ha offerto a tutti spunti profondi di riflessione e dialogo assieme ad un invito all'azione. Come cita Papa Leone nella parte conclusiva dell'Enciclica: “Ciascuno stia attento a come costruisce” (1Cor 3,10) nel senso che ad ognuno corrisponde un cammino.




