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Orient Press: le famiglie DINK

1 giorno fa
Tempo di lettura: 4 min

di don Carmelo Pellicone


Fratelli e Sorelle, tutti noi, quotidianamente, siamo immersi in un mare di notizie-informazioni che ci arrivano attraverso diversi canali: giornali cartacei, radio-televisione, e soprattutto tablet e smartphone. Personalmente a volte penso che la situazione ci stia sfuggendo di mano: l’incalzare delle notizie è così rapido che non si riesce a “star dietro”. È vero che chi scrive queste righe è uno che ha superato i settant’anni, tuttavia penso che la mia sensazione valga anche per le persone più giovani. Ebbene, in questo rapido incalzare di notizie-informazioni, quotidianamente nascono parole nuove, che spesso sono acronimi (parole formate con le iniziali di altre parole); inoltre, sovente, queste parole vengono dall’ambiente anglofono. Il rischio di non capire quello che si legge o si ascolta è quindi molto alto. È capitato a me qualche settimana fa. Leggevo un articolo che parlava delle “famiglie DINK”. Urca! Che cosa sono? Per fortuna posso collegarmi ad internet e chiedere: «Cosa sono le famiglie DINK?» e dall’ “altra parte” mi arriva la risposta, fornitami da una qualche IA (un altro acronimo! Sta per «Intelligenza Artificiale»; ma si può scrivere anche all’inglese: AI, «Artificial Intelligence»). E così ho scoperto che DINK è l’acronimo di: «Double Income, No Kids», che si può tradurre: «Doppio stipendio, nessun bambino». Per essere più precisi, con famiglie DINK ci si riferisce a quelle famiglie che, pur potendo contare su due stipendi (quindi senza problemi economici), fanno l’esplicita scelta del rifiuto della genitorialità, per il desiderio di anteporre ad essa «la carriera professionale, i viaggi, lo shopping, le cene stellate, le avventure in giro per il mondo» (da un articolo on line di Sebastiano Alicata), tutte realtà alle quali una coppia con uno o più figli deve per forza in parte rinunciare.

Dette così le cose, è chiaro che contro le “famiglie DINK” si scatenino le ire di alcuni che le accusano di egoismo. In realtà, come al solito, la situazione è molto più complessa e articolata. Per esempio, secondo un rapporto dell’O.N.F. (Osservatorio Nazionale Federconsumatori), un certo peso nella decisione del non avere figli ce l’ha anche l’aumento del costo della vita. Pare infatti che mantenere un figlio da 0 a 18 anni abbia un costo medio di 175.642 euro, in aumento dal 2018 dell’1,2%. Ma non solo. Oltre al problema economico, che comunque molte famiglie non hanno, sembra che la scelta delle “famiglie DINK” dipenda anche dal timore di lasciare i figli in un mondo pieno di insidie; pesano cioè le preoccupazioni ambientali e sociali. In quest’ottica, per queste coppie, sarebbe un atto egoistico proprio il mettere al mondo dei figli, che poi non si è in grado di proteggere.

Le indagini sociologiche hanno evidenziato che questo tipo di preoccupazioni cresce con il crescere dell’istruzione ed è più presente nei paesi occidentali, compresa l’Italia, dove, com’è noto, il tasso di natalità è in costante calo da almeno dieci anni. A sostegno di questa scelta di vita, è stata perfino istituita una giornata celebrativa, che si affianca alle innumerevoli che già segnano praticamente ogni giorno dell’anno: l’International Childfree Day (“Giornata Internazionale dei senza figli”), il 1° agosto. Quindi ogni “famiglia DINK” lo è a modo suo, per le sue proprie motivazioni, e non è né facile né giusto generalizzare. Tuttavia non possiamo non accorgerci del fenomeno, che testimonia il grande cambiamento sociale avvenuto nell’arco di pochi decenni (non secoli!). Infatti, fino a pochi decenni fa, nelle famiglie entrava un solo stipendio, eppure era sufficiente per vivere dignitosamente, comprare una casa, forse l’automobile e mettere anche qualcosa da parte. Ora il potere d’acquisto è calato drasticamente e gli stipendi fanno fatica a tener dietro ai crescente costo della vita, per cui due stipendi, oggi , non sono un lusso ma la necessità per andare avanti. Fino a pochi decenni fa, i centri estetici non esistevano; al massimo c’era la parrucchiera dalla quale ci si recava ogni tanto. Non c’erano le palestre e neppure i centri benessere. Gli armadi non scoppiavano per il contenuto sovrabbondante. E neppure c’era l’abitudine delle serate al ristorante, o in pizzeria, o la colazione quotidiana al bar. Le crociere erano solo nei romanzi, perché per le vacanze si tornava al paese d’origine oppure si optava per una pensioncina familiare in una località balneare. Qualcuno rimpiange quel tempo che, soprattutto nei ricordi, ci appare tranquillo e sereno, perché, come accade sempre, la memoria mantiene a galla soprattutto i ricordi belli.

In tutti i casi, senza voler giudicare ma solo constatando i fatti, non si può non riconoscere che le “famiglie DINK” «sono lo specchio di un cambiamento profondo e, per certi versi, inquietante: la difficoltà di crescere, prosperare e fare progetti a lungo termine. La loro esistenza non è solo una tendenza culturale, ma una riflessione amara sulla disuguaglianza di opportunità e sull’urgenza di ripensare un sistema economico sempre più lontano dal benessere collettivo» (art. cit.).

Chissà se anche in questo cambiamento epocale i cristiani sapranno porsi, com’è accaduto altre volte nella storia, come testimoni di un’alternativa, di un modo più vero e autentico di essere umani?

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