Il mio ricordo di Enzo Bianchi
di don Carmelo Pellicone (Da Orient Press)

Fratelli e Sorelle,
il giorno 1° settembre è morto il monaco Enzo Bianchi, fondatore della comunità di Bose e, per molti anni, suo priore. I mezzi d’informazione ne hanno ampiamente parlato. Molti amici mi hanno contattato e alcuni mi hanno rivelato di averlo conosciuto attraverso le citazioni da me fatte sui fogli settimanali che ho redatto nelle diverse parrocchie dove sono passato. E non di rado egli è stato citato anche nelle mie omelie.
Da notare, singolare coincidenza, che, proprio il giorno prima, il 31 agosto, ho letto un articolo di Enzo sull’ultimo scisma che si è creato nella Chiesa con la “Fraternità Sacerdotale San Pio X”, e dentro di me ho pensato con ammirazione (e un po’ di invidia!)
alla chiarezza di idee, alla lucidità nell’esposizione, alla capacità di leggere in
profondità gli avvenimenti, doti che Enzo ancora possedeva nonostante gli 83 anni.
Ora non voglio competere con i valenti articolisti che in questi giorni hanno scritto di lui. Si tratta di materiale facilmente reperibile anche on line, dove si possono trovare informazioni sulla sua vita, sulle sue scelte ecclesiali, sulle sue innumerevoli pubblicazioni. Io mi limito soltanto a commentare ciò che ho pubblicato sul mio “stato” di WhatApp. Per chi non avesse
troppa dimestichezza con i cellulari di ultima generazione, spiego: un’applicazione diffusissima di comunicazione si chiama WhatApp e, attraverso di essa, una persona
può anche pubblicare, su una specie di bacheca pubblica, detta “stato”, un testo,
una fotografia, un video, insomma quello che vuole; chiunque abbia il numero di quella persona nel proprio cellulare può visualizzare-ascoltare per ventiquattr’ore quanto messo in quella sorta di bacheca. Scaduto questo tempo, quanto pubblicato si cancella automaticamente.
Ebbene, il giorno 1° settembre nel mio “stato” ho messo una foto di Enzo Bianchi, sotto la quale ho scritto il suo nome, gli anni di nascita e di morte (1943 - 2026) e la frase: «Grazie per avermi fatto sentire meno solo nella mia ricerca di Dio. Ora lo hai trovato». È stata una frase scritta di getto; forse avrebbe necessitato di maggiore ponderazione, ma mi è venuta fuori così. E così l’ho lasciata, sapendo che dopo ventiquattr’ore tutto sarebbe stato cancellato.
Ora, con più calma, forse è opportuno spiegare che cosa volevo dire con quella frase forse un po’ sibillina, ma molto autobiografica. Praticamente tutto ha inizio dai miei diciott’anni, dal momento in cui ricevetti il dono della fede. Dono desiderato, ma non meritato, né comprato; soltanto pura grazia di Dio. All’inizio (incoscienza dei diciott’anni!) la mia vita spirituale fu facile: tutto mi appariva chiaro, tutto si incasellava in un grande progetto di Dio. Qualche anno dopo ci fu la grande crisi della scelta di entrare in seminario (cosa che, al momento
della mia conversione, neppure potevo immaginare).
Ma Il mio rapporto con Dio, tutto sommato, non presentava grandi difficoltà. E intanto un professore mi aveva insegnato il grande primato della coscienza. Gli anni passavano e, una
volta diventato prete, quella fede che mi era stata donata e che, per scelta “professionale”, dovevo anche cercare di comunicare agli altri, si scontrava con i soliti grandi perché dell’esistenza, che io avevo momentaneamente messo a tacere. Ma non solo: col crescere della maturità, col crescere delle esperienze, col confronto con un numero sempre più grande di persone, ciascuna con le sue idee, la mia fede era da rifondare ogni giorno. Per cui invidiavo quegli individui che si presentavano, almeno apparentemente, con certezze assolute, senza dubbi, senza interrogativi. Io invece, proprio come facevo da adolescente,
continuavo a pormi domande… e mi sentivo “fuori posto”. Ma cosa potevo fare, visto il primato della coscienza che mi era stato insegnato?
Fornito, per mia fortuna (o per grazia?) di una certa passione per la lettura, in questo travagliato percorso, che ancora non è terminato, ho incrociato qualche scritto di Enzo Bianchi e anche di altri autori, che sono diventati miei cari compagni di viaggio, perché in essi ho ritrovato, e ritrovo, le mie domande, i miei dubbi. Ecco, posso dire così: questi compagni di viaggio mi hanno insegnato a non avere paura delle domande; mi hanno insegnato che la fede non è esente da incertezze, che non bisogna aver paura di dialogare con chi la pensa in maniera diversa, anche se da questo dialogo può scaturire una marea di ulteriori domande…
E così, se di fronte a certe persone “granitiche” nella loro fede mi sentivo isolato, solo, fuori posto, questi compagni di viaggio mi hanno fatto capire che non ero e non sono solo: ci sono altri individui che, come me, cercano, pur nella fatica del camminare nella nebbia e, spesso, anche nell’oscurità. Nello stesso tempo questi compagni di viaggio mi hanno fatto capire anche che, per loro come per me, il punto di riferimento è il Signore Gesù e che il Dio
in cui credo è quello che Gesù “ci ha narrato” (espressione cara ad Enzo Bianchi e che ho spesso fatta mia). Il Signore Gesù che ho incontrato a diciotto anni rimane dunque al centro della mia esistenza e della mia ricerca.
Tra questi compagni di viaggio, lo si è capito, certamente Enzo Bianchi, vuoi per l’abbondanza dei suoi scritti, vuoi per la frequentazione della comunità di Bose, ha occupato
un posto privilegiato. Allora trascrivo alcune sue frasi, che forse avete già letto su questo foglio, ma che rimangono per me altamente consolatorie.
«Il monaco autentico non è colui che si sente al sicuro della sua fede contrapposto agli atei. Al contrario, il monaco è colui che porta dentro di sé la spaccatura del mondo contemporaneo: abita la stessa notte del non credente. Nella solitudine della sua cella, il monaco attraversa le stessa domande, i medesimi silenzi di Dio, il medesimo rischio di non credere. Se non conosce questa tentazione, la sua fede rischia di essere un’illusione rassicurante».
«Sono anziano, e credo di poter avere una certa esperienza che mi fa indicare la battaglia della fede come la battaglia più dura, fino alla morte, quando ancora sarà grande la tentazione di non credere alla vita eterna, alla morte come esodo verso le braccia di Gesù Cristo. Molti non sanno che è più difficile credere che non credere, che è più difficile continuare a vivere alla luce della fede che non alla luce di ciò che si vede e si impone (2 Cor 5,7: «camminiamo infatti nella fede e non nella visione»). I credenti, per “credere”, devono lottare molto di più di quanto non facciano gli atei per non credere: l’uomo, infatti, è facilmente religioso ma difficilmente credente». Ora concludo facendo mie le parole che i monaci di Cellole (una filiazione di Bose, vicino a San Gimignano, Siena) hanno scritto nel loro sito: «Enzo se n’è andato nel tempo della vendemmia, nel tempo della raccolta dei frutti della terra tanto amati da lui; i frutti maturi sanno attendere la raccolta, la sanno interpretare, la sanno assaporare e riconoscere. È proprio così che Enzo ha vissuto la fine della sua vita terrena. Con Enzo se ne va un compagno di viaggio capace di offrirti gusto al camminare; se ne va un fratello capace di condividere con te i pesi della vita; se ne va un padre capace di accogliere i segreti nascosti del cuore; se ne va un maestro capace di indicarti la via da
percorrere; se ne va un uomo innamorato della vita. La sua mancanza rimarrà insostituibile
e il suo vuoto, ora, ha l’amaro sapore della tristezza.
La sua assenza ci invita a fissare il volto di colui che ha ispirato la sua fede per tutta la vita e che ora lo accoglie, nel suo abbraccio di pace».




