Assuefatti al rumore delle armi, ma la pace può partire da noi
di Marco Fogliadini (in collaborazione con Saint-Martin News)

L'altra sera ho avuto modo di scambiare alcune opinioni con l’amico Valerio. Si ragionava sul
fatto che in questi tempi confusi, oscuri la società dei nostri giorni pare essere sempre di più assuefatta alle notizie tragiche che i media ci comunicano. Abbiamo notato che questa assuefazione ha portato, con il tempo, le persone ad essere indifferenti.
Le spese per il riarmo e la guerra
A fronte dell’aumento dei confitti armati attivi a livello mondiale che attualmente vanno dai 56 ai 65 a seconda dell’istituto di ricerca che li rileva e monitora, dovrebbe aumentare il senso di profonda paura per il futuro, soprattutto dei nostri ragazzi che rischiano di dover essere chiamati a proteggere i confini nazionali o, nel nostro continente, quelli europei. I dati
diffusi dagli istituti di ricerca sono impressionanti e rappresentano il più alto livello di confittualità dalla fine della Seconda guerra mondiale. Abbiamo una guerra in casa europea: ad oggi risultano 5,7 milioni di ucraini rifugiati all’estero di cui 4,3 milioni coperti dallo status di protezione temporanea (di essi la maggior parte è ospitata in Germania); 4 milioni circa sono gli sfollati interni, cioè persone che hanno dovuto lasciare le proprie case pur rimanendo in Ucraina. Nel complesso, circa un terzo della popolazione ucraina è stato sradicato dal proprio territorio. Le spese militari nel report del Sipri (Stockolm International Peace Research Institute) disegnano uno scenario di fortissimo riarmo. Le spese militari mondiali hanno raggiunto il record storico di 2.887 miliardi di dollari pari al 2,5% del Prodotto
interno lordo globale. Chi sono i principali responsabili di questo incremento?
• Gli Stati Uniti con 954 miliardi di dollari (pari al 33% della spesa mondiale);
• La Cina con ben 336 miliardi di dollari (raggiungendo così il suo 31° anno consecutivo
di aumenti alle spese militari);
• La Russia che ha stanziato 190 miliardi di dollari, cifra che ormai mangia oltre il 40% dell’intero bilancio statale di Mosca;
• L’Ucraina, suo malgrado, ha portato la sua spesa bellica a 84,1 miliardi di dollari facendo registrare l’impatto economico più alto al mondo: circa il 40% del Pil nazionale;
• Infine l’Europa. Il Vecchio Continente, complice la percezione diretta del conflitto ai propri confini geopolitici, ha portato la spesa militare complessiva a ben 864 miliardi di dollari.
Numeri, questi, che indicano come un conflitto localizzato (Russia-Ucraina) abbia in verità deformato l’economia mondiale facendo spostare immensi capitali prima destinati al welfare per portarli verso lo sviluppo degli armamenti.
Dove saremmo oggi senza preghiera?
Di fronte a queste statistiche, come possiamo rimanere indifferenti? Come possiamo pensare che, essendo i confitti distanti da noi, non è cosa che ci riguardi? Un giorno, toccando, con il nostro parroco, questo argomento avevo espresso, stupidamente, forti perplessità sul continuare a recitare un Rosario dedicato espressamente alla pace: non ne vedevo i risultati. Anzi, notavo effetti opposti: da una parte si pregava, dall’altra si registravano aumenti delle ostilità che sfociavano in conflitti armati. La sua risposta è stata
tanto semplice quanto efficace: «Tu pensa: se non avessimo iniziato a pregare per il dono della pace dove saremmo oggi?». Aveva perfettamente ragione: dove saremmo oggi se la nostra preghiera, goccia in mezzo ad altre gocce, non avesse continuato a implorare per il dono della pace? Ero caduto nella classica trappola del «Signore, dove sei? Quanto dobbiamo ancora aspettare?», dimenticando che innanzitutto Dio non è un juke-box, scordando che i Suoi tempi non sono i nostri e che bisogna elevare un’incessante intercessione di supplica.
L’esempio dell’Austria
Come successe in Austria alla fine della Seconda Guerra mondiale quando padre Petrus Pavlicek fondò la Crociata del Rosario formando gruppi di preghiera per chiedere la pace e la liberazione del Paese. All’epoca, quello che era nato come un piccolo gruppo devozionale, crebbe a ritmi esponenziali arrivando a contare oltre 500 mila aderenti (circa il 10% della popolazione austriaca di allora) oltre al fatto che ogni del 13 mese, per le strade di
Vienna, si tenevano imponenti processioni pubbliche notturne. L’Austria dal 1946 al 1955 è stata divisa e occupata dalle nazioni vincitrici la guerra: mentre centinaia di incontri diplomatici non erano serviti a nulla per sbloccare la situazione e liberare la nazione, gruppi
di preghiera continuavano a moltiplicarsi. Nel maggio del 1955, accade quello che gli storici della Guerra Fredda definiscono un unicum: l’Unione Sovietica accettò spontaneamente di firmare il Trattato di Stato austriaco, impegnandosi a ritirare tutte le truppe occupanti in cambio di neutralità perpetua del Paese. L’ultimo soldato sovietico lasciò l’Austria il 26 ottobre del 1955 senza che nessun colpo d’arma da fuoco fosse esploso. Per i fedeli si trattò del Miracolo del Rosario. Ecco, noi abbiamo ancora questa possibilità di preghiera, che è comunitaria, una volta alla settimana (il martedì alle 20,45 in chiesa grande). Insieme, con la nostra preghiera possiamo arrivare a una «Pace disarmata e disarmante». Facciamo girare
la voce: se ognuno di noi porta anche solo una persona, saremo già il doppio!
Padre Pavlicek, tornando da un pellegrinaggio al santuario mariano di Mariazell, riferì di aver avvertito una voce interiore che gli diceva: «Fate come vi dico e vi sarà pace». Io non sono Padre Petrus, ma pensateci: l’invito a partecipare al Rosario della pace è valido.
Buona preghiera a tutti.




