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Mondo digital

7 ore fa
Tempo di lettura: 4 min

Tre nomi, una data e una domanda: così ChatGPT ha ridato voce a una storia del 1962 di Genny Perron



Da sinistra Vittaz Marino, Pallais Mario, Brunod Marcella e Pallais Giuseppe
Da sinistra Vittaz Marino, Pallais Mario, Brunod Marcella e Pallais Giuseppe

È iniziata così, da una fotografia scattata quasi per caso nell’ossario all’ingresso del cimitero di Nus, una ricerca che offre un esempio concreto di come l’intelligenza artificiale possa diventare uno strumento di lavoro anche per recuperare frammenti della memoria locale.

Sulla lapide compaiono Giuseppe Pallais, Marcella Brunod e Mario Pallais. Le date di nascita sono diverse, quella della morte è la stessa per tutti. La domanda nasce spontanea:

chi erano e che cosa era successo quel 29 luglio di oltre sessant’anni fa? La fotografia viene caricata su ChatGPT.

Il punto di partenza è minimo: tre nomi, alcune date e nessun altro elemento. L’intelligenza artificiale legge quanto ripor tato sulla lapide e comincia a cercare collegamenti tra quelle persone e quella precisa giornata. Senza uno strumento di questo tipo la ricerca sarebbe stata naturalmente possibile, ma il percorso sarebbe stato diverso: individuare gli archivi potenzialmente utili, consultare i giornali dei giorni successivi al 29 luglio 1962, scorrere le

pagine, verificare i nomi e, una volta individuato l’episodio, cercare ulteriori fonti. Un lavoro da emeroteca che avrebbe potuto richiedere diverse ore o più giornate, senza sapere inizialmente neppure quale avvenimento cercare.

Con ChatGPT il campo si restringe invece rapidamente. La ricerca porta all’archivio storico de La Stampa e a due articoli pubblicati immediatamente dopo il 29 luglio. Il primo, del 31 luglio 1962, restituisce ancora informazioni frammentarie: un’automobile precipitata nella Dora, il corpo del conducente ritrovato a Bard e quello di una donna recuperato più a valle, a Donnas.

Il giorno successivo il quotidiano torna sulla vicenda. Nell’edizione del 1° agosto 1962, in un articolo firmato da Giuseppe Mayda, compaiono finalmente i nomi e una ricostruzione più completa. Sulla Fiat 1100 viaggiavano quattro persone: Giuseppe Pallais, la moglie Marcella Brunod, il figlio Mario Felice, di dodici anni, e Marino Germano Vittaz, fidanzato dell’altra figlia della coppia, Giuseppina. Mario doveva raggiungere un alpeggio di Torgnon per lavorare come pastore. Dopo una cena a Fénis, i quattro erano ripartiti. Secondo la ricostruzione pubblicata all’epoca, l’automobile aveva imboccato una strada lungo la riva sinistra della Dora e il terreno, eroso dall’acqua, aveva ceduto sotto le ruote. La vettura

era precipitata nel fiume. C’era però una quinta persona legata a quella storia. Giuseppina Pallais aveva sedici anni e quella sera non era sull’automobile. Si trovava a Cesana, presso

la famiglia per la quale lavorava. In quell’incidente perse i genitori, il fratello e il fidanzato.

In una sola sessione di ricerca, quindi, da una fotografia era stato possibile risalire all’avvenimento, individuare le quattro vittime, ricostruirne i rapporti familiari e soprattutto

rintracciare le fonti giornalistiche contemporanee ai fatti. Ed è probabilmente questo l’aspetto più interessante. ChatGPT non ha creato quelle informazioni e non ha sostituito l’archivio. Ha fatto qualcosa di diverso: ha ridotto drasticamente il tempo necessario per capire dove cercare. Ha letto i dati contenuti nella fotografia, formulato le prime ipotesi di ricerca, individuato gli articoli, confrontato le due cronache e messo in evidenza anche ciò che non tornava. Perché non tutto tornava. Una fonte successiva attribuisce a Marino Vittaz

vent’anni, mentre La Stampa lo indica come ventiduenne. Un’altra ricostruzione sostiene che il corpo di Giuseppe Pallais sia stato recuperato diciotto giorni dopo l’incidente, ma il riferimento alla fonte originale non è sufficientemente preciso per considerare quel particolare definitivamente verificato.

Ed è proprio quando emergono queste differenze che si comprende anche ciò che l’intelligenza artificiale non può fare al posto del giornalista. Può trovare una fonte, ma

bisogna valutarla. Può confrontare versioni diverse, ma una discrepanza resta una discrepanza finché non viene verificata. Può suggerire una pista, ma non trasformarla automaticamente in un fatto.

Così la ricerca esce dallo schermo e torna sul territorio. A Nus viene rintracciato Livio Vittaz, fratello di Marino. La cronaca conservata nei giornali trova a quel punto una conferma diretta e, soprattutto, acquista particolari che nessun archivio digitale avrebbe potuto restituire. «Era uscito di casa cantando “Marina, Marina, Marina…”. Non è più tornato», racconta Livio.

Ricorda anche quanto accadde poco tempo dopo: «Dopo due mesi ci ha lasciato anche mio padre». E ricorda Giuseppina Pallais, l’unica della famiglia a non essere su quell’automobile:

«Ha lavorato tutta la vita qui per il veterinario Quey. Ora non c’è più neanche lei».

C’è poi un particolare che finisce quasi per chiudere il cerchio della ricerca: Livio conserva ancora gli articoli de La Stampa dedicati alla tragedia. Gli stessi che ChatGPT aveva individuato nell’archivio del quotidiano sessantaquattro anni dopo. Il caso Pallais-Vittaz permette quindi di spostare il ragionamento dall’ennesima domanda su che cosa l’intelligenza artificiale saprà fare al posto dell’uomo a una questione forse più utile: che cosa possiamo fare meglio utilizzandola come strumento? In questo caso ha accelerato

la fase esplorativa della ricerca: ha trasformato tre nomi e una data in una serie di piste precise, ha consentito di arrivare rapidamente alle fonti e ha evidenziato i punti ancora

da verificare. Il lavoro giornalistico è intervenuto dove l’IA non poteva arrivare: nel controllo delle informazioni, nella ricerca sul territorio e nell’incontro con una fonte diretta.

È un modello che può avere applicazioni interessanti anche su scala locale. Nei nostri cimiteri, negli archivi comunali, nelle collezioni dei giornali e nelle case delle famiglie

esiste una quantità enorme di memoria ancora da ricostruire. Finora farlo ha significato

spesso investire molte ore per ogni singola storia. Strumenti capaci di interrogare e collegare rapidamente documenti possono ridurre quella distanza. Quando Livio Vittaz

ascolta la ricostruzione di quanto accadde nel 1962, quasi si stupisce che qualcuno sia tornato a cercare quella vicenda. «Chissà… chi vuoi che si ricordi questa storia?».

E invece quella storia è riemersa grazie al corretto utilizzo degli strumenti di intelligenza artificiale, riportando con sé il ricordo di quattro persone che non erano soltanto nomi scolpiti

su marmo, ma parte viva di una comunità e della sua memoria.

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