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Orient Press: l'altare (prima parte)

1 giorno fa
Tempo di lettura: 5 min


di don Carmelo Pellicone


Fratelli e sorelle, chi ha letto la lettera che il nostro vescovo ci ha inviato per questo anno pastorale ha colto che la frase ricorrente, che sintetizza il cammino della nostra diocesi, adesso e nei prossimi anni, è “formazione alla vita cristiana”. Dato che “vita cristiana” indica una vita impregnata di Cristo, impregnata di vangelo, penso che nessuno possa dirsi “arrivato” in questo cammino, perché saremo veramente in Cristo al di là della morte. La nostra vita rimane dunque un perenne pellegrinaggio di “formazione alla vita cristiana”. Il vescovo scrive: «È sempre necessario ribadire che l’Eucaristia è fonte e culmine della vita cristiana (cfr Concilio Vaticano II, Sacrosanctum Concilium, 1963, n. 10) e come ogni formazione debba portare a valorizzare questa centralità. […] Facciamo riscoprire a

tutti che l’Eucaristia è il momento di incontro più bello e più alto di ogni comunità al quale conducono il catechismo e le altre dimensioni della vita ecclesiale» (Lettera del vescovo per l’anno 2026-2027, Appendice n. 1, p. 14-15).

Sono parole che ci ripetiamo da decenni; ed infatti il vescovo stesso cita una frase del Concilio Vaticano II. Eppure sempre più avvertiamo il vuoto nelle nostre assemblee.

Onestamente dobbiamo riconoscere che l’esperienza drammatica della pandemia da coronavirus ci ha messo del suo. Obbligati a stare a casa per le disposizioni sanitarie, passata l’emergenza diverse persone mi hanno confidato la comodità dell’assistere alla messa in televisione, dalla poltrona del salotto, in pantofole, comodamente vestiti di

una vestaglia e magari con una tisana fumante a portata di mano… È chiaro che a questa visione della messa ha contribuito la stessa Chiesa che, per secoli, ha dichiarato che alla messa era obbligatorio “assistere” (pena il peccato mortale!). E non poteva essere diversamente, essendo la messa celebrata in una lingua sconosciuta, sottovoce e con il prete che dava le spalle all’assemblea. Generazioni e generazioni di cristiani sono cresciute

associando alla messa il concetto di obbligo. E, si sa, quando una cosa è obbligatoria senza sapere perché lo sia, si cerca in tutti i modi di evitarla! Le parole del vescovo vorrebbero allora farci riscoprire la messa come necessità: essa è il “luogo” in cui impariamo (anzi:

cerchiamo di imparare) a essere cristiani, ascoltando le parole del Maestro, che ci propone sempre di andare oltre, nella nostra mediocre vita, per quanto santa e devota. Riportavo sull’Orient Press della scorsa settimana una frase di Gérard Bessière: «Non abbiamo mai finito di cominciare ad essere cristiani». La nostra comunità è molto ridotta e quando partecipa all’eucaristia, nella chiesa sovradimensionata che ci è capitata in sorte, cerchiamo di sparpagliarci per bene. A volte mi faccio coraggio e cerco di invitare ad una maggiore

unità, che diventerebbe essa stessa testimonianza di fratellanza per coloro che partecipano occasionalmente alla messa soltanto perché “è per il loro defunto”. Ma vedo delle facce estremamente scocciate e ascolto frasi tipo: «Fa caldo, e qui circola più aria…», «Fa freddo, e qui non mi arriva in faccia l’aria calda del riscaldamento…», «Soffro di claustrofobia…», «Da qui sento meglio…», «Sono abituato (abituata) a questo posto…».

E così io mi ritiro nell’isolamento dell’altare lontano, con una sensazione di grande solitudine… Allora propongo un approccio diverso: che cosa sappiamo di quell’altare da cui cerchiamo di stare lontano?


L’ALTARE (prima parte)

Siamo abituati a considerare l’altare il centro della chiesa e, non avendo alcuna formazione in storia della liturgia, pensiamo che sia stato sempre così. In realtà… così non è! Un apologista cristiano del III secolo, Minucio Felice, con fierezza scriveva: «Noi [cristiani] non abbiamo né templi né altari» (Ottavio, 32). Questo atteggiamento esprime proprio l’orgoglio dei primi cristiani. Per essi, parlare di templi e di altari significava evocare i sacrifici pagani compiuti per mezzo di animali o cose. Per i cristiani invece, l’unico sacrificio è quello di Cristo sulla croce. E i suoi discepoli, uniti a lui attraverso la carità, diventano essi stessi tempio ed altare: «Avvicinandovi a lui, pietra viva, rifiutata dagli uomini ma scelta e preziosa davanti a Dio, quali pietre vive siete costruiti anche voi come edificio spirituale, per un sacerdozio santo e per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, mediante Gesù Cristo» (1Pt 2,4-5). San Gregorio Magno (540 - 604) a sua volta scrive: «Che cos’è l’altare di Dio se non l’anima di coloro che conducono una vita santa? […] A buon diritto, quindi, altare di Dio viene chiamato il cuore dei giusti» (Omelie su Ezechiele, II, 10,19). Non potendo dilungarci oltre con altre citazioni, in sintesi si può dire che i primi cristiani non vollero edificare altari né sullo stile del Primo Testamento, né sullo stile dei pagani. E neppure vollero usare lo stesso vocabolario: quando si doveva indicare il tavolo su cui, per comodità funzionale, celebravano l’eucaristia, usarono il termine comune e assai poco sacro di “mensa” (v., per es., 1Cor 10,21).

Successivamente, con la scomparsa del paganesimo, con l’ingresso in massa dei barbari nella Chiesa e il reimpiego degli edifici dei templi pagani in cui non si praticava più un culto, ma che si prestavano molto bene ad accogliere le assemblee sempre più numerose dei cristiani, progressivamente si cominciò a utilizzare, al posto dei tavoli mobili dei primi tempi, altari fissi in pietra. A questa evoluzione contribuì la simbologia riferita a Cristo, visto come pietra angolare della Chiesa, (v. per es. il passo di 1Pt sopra citato) e l’uso di porre i corpi dei martiri, assimilati a Cristo, sotto il luogo della celebrazione. Andando ovviamente, in questa disamina storica, per sommi capi, aggiungiamo che il crescere del culto dei santi fece sì che sempre più spesso le loro immagini fossero poste sull’altare, per cui, gradualmente, esso perdette la sua funzione di mensa e fu addossato ad una parete, permettendo alle immagini poste sopra di esso di ingrandirsi sempre di più. Il vertice di questa involuzione l’abbiamo nell’epoca barocca, dove l’altare è ridotto a semplice punto

di partenza per una monumentale scenografia architettonica in onore di Cristo, o della Vergine, o di un santo. Inoltre, con il crescente diffondersi del culto eucaristico fuori della messa, scaturito dalla Controriforma tridentina contro il Protestantesimo (XVI secolo), l’altare divenne semplicemente la base per sorreggere il tabernacolo, nuovo “baricentro” della chiesa.

A tutto questo, a partire già dalla fine del primo millennio, si deve aggiungere anche il moltiplicarsi degli altari, facendo perdere, a quello centrale, la sua unicità e il suo valore altamente simbolico di unica mensa attorno a cui tutti si riuniscono. Le celebrazioni liturgiche

si parcellizzarono e, unitamente ad una lingua non più compresa, non servirono più ad edificare la comunità, bensì divennero occasione per compiere le proprie pratiche di pietà.

Ciò non ha impedito, ovviamente, a tante persone di santificarsi. Ognuno vive in un certo contesto storico e culturale e non è certo responsabile diretto di quel contesto; quindi la grazia di Dio può comunque agire. Tuttavia, la Chiesa ha voluto ridare all’altare il suo significato, riportandolo ad essere nuovamente il centro dello spazio liturgico.

Vedremo in una prossima puntata, a Dio piacendo, le difficoltà di questa retta intenzione.

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