Il Vangelo della Domenica
L’atteso di don Alessandro Valerioti

Le profezie sull'arrivo del Messia erano molto diffuse al tempo di Gesù. L'atteso avrebbe compiuto segni e prodigi, radunato il popolo per condurlo nel deserto dove si sarebbe ripetuto il miracolo della manna. Quasi in modo involontario, Gesù raduna la folla nel deserto. Gesù è in lutto, Giovanni il Battista è stato decapitato con l'inganno da Erode. Gesù ha il desiderio di starsene un po' per conto suo nel deserto per osservare il tempo eli lutto della shiv'ah, ma la folla, venendo a sapere che lui ha attraversato il mare, lo segue a piedi dalla città verso il deserto, costeggiando il bordo del mare e facendo un lungo cammino. Quando Gesù si accorge che la folla lo sta cercando, prova nel profondo del cuore compassione e si mette subito a guarire i malati. Matteo ci vuole fare vedere in Gesù il nuovo Mosé. Israele, dopo essere uscito dall’Egitto, entra nella terra promessa ma senza raggiungere la libertà piena: manca infatti la comunione con il suo Dio. Gesù conduce di nuovo nel deserto il popolo. Egli, come Mosè, è in grado di vivere con vera profondità la compassione. Questa parola in greco antico significa “patire con, patire assieme” e fa riferimento alle viscere come al luogo delle emozioni nella Sacra Scrittura: le viscere sono considerate il posto fisico in cui risiedono i sentimenti più profondi, intimi e intensi come la compassione appunto, l'amore materno e la commozione. Ma la commozione non porta allo scoraggiamento né a un pianto ripiegato su sé stesso; essa diventa lo stimolo di un'azione immediata verso coloro che soffrono. Il discepolo è chiamato alla compassione verso i fratelli, a lasciare andare lo scoraggiamento nelle difficoltà e ad accendere la gioia di poter compiere il bene come segno inequivocabile della presenza dello Spirito. Gesù non cura solo le malattie, Gesù prima di tutto conforta il malato. La guarigione è sempre su due lati: l'interno e l'esterno. Egli opera molti miracoli e sul far della sera gli si avvicinano i discepoli per chiedere di congedare la folla. I discepoli non hanno ancora capito Gesù, per questo chiedono di congedare la folla, cioè chiedono il permesso di un disimpegno affinché ognuno se la cavi da solo. Gesù potrebbe rimproverarli per questo, ma coglie l'occasione per far crescere il loro cuore e anche le loro “viscere”, nel senso che si è detto: Non occorre congedarli, date loro voi stessi da mangiare. Subito però viene riferita una grossa difficoltà: ciò che hanno non può bastare, cinque pani e due pesci non sono nulla per una folla così grande! Gesù chiede comunque di consegnare quel poco che hanno. Cinque pani e due pesci fanno in totale sette pezzi. Il numero sette è il simbolo della totalità. Gesù chiede che nulla venga trattenuto, che la generosità sia senza limiti. Quando ognuno metterà a disposizione degli altri ciò che possiede - il proprio tempo, le proprie attitudini, la propria intelligenza, le proprie capacità - allora ci sarà il prodigio tanto atteso. Ci sarà cibo per il cuore e nessuno patirà la fame. Si capisce così che Gesù distribuisce non solo pane materiale, il cibo che dona e che alimenta la vita dell'uomo, ma anche la sua Parola, il suo esempio, la sua compassione. Con sorpresa troviamo un riferimento all'Eucaristia: parole e gesti in questo passo richiamano il sacrificio eucaristico. Nelle pieghe della nostra vita l'Eucarestia non è lontana dalla realtà. Cinquemila uomini sono sfamati e avanzano dodici ceste. Israele è il primo invitato al banchetto: dopo che sarà saziato ci sarà pane in abbondanza e quel pane è custodito dalla Chiesa di Gesù e dei dodici apostoli. Al nuovo popolo non mancherà mai più il pane: ecco la nuova manna nel deserto! Gesù attraverso la sua Chiesa, attraverso gli apostoli e i discepoli continua a sfamare gli uomini di ogni lingua, popolo e nazione.



