Saluti da Gressoney: la regina Margherita e i passaggi illustri della Belle Époque
di Stefania Lazier

Eleva lo spirito la vista in cui sorge Castel Savoia a Gressoney-Saint-Jean e sembra quasi voler abbracciare nella sua quieta solennità il Monte Rosa, con le sue punte e il ghiacciaio del Lys. Questa maestosità, unita all’incanto del verde sgargiante dei prati, cosparsi in abbondanza di fiori, alla briosità dell’aria e alle acque spumose del torrente Lys, facevano esclamare di gioia nelle sue lettere la regina Margherita, che non riusciva a trattenersi dal ringraziare Dio per aver creato un paesaggio così bello.
Sul luogo scelto per la costruzione del castello si estendevano in quegli anni boschi e pascoli, frequentati da generazioni di alpigiani, che possiamo ancora immaginare transumare con il proprio bestiame seguendo il ritmo ripetitivo delle stagioni verso gli alpeggi e gli abitati più alti, come Alpenzu grande e Alpenzu piccolo. Ancora, gli stessi versanti circostanti delle montagne mostrano gli antichi muri di terrazzamento, ove erano campi curati, coltivati a orzo e a segale.
Popolata nel Medioevo da coloni walser, che vi giunsero dal Vallese valicando il colle del Teodulo, conosciuto all’epoca anche come Mons Silvius, questa parte della valle del Lys in Valle d’Aosta reca traccia delle proprie origini, oltre che nei dialetti titsch e töitschu di ceppo germanico parlati dalle popolazioni locali, negli abitati di tipo sparso, caratterizzati da pascolo intorno alle abitazioni, che distinguono questi villaggi da quelli franco-provenzali, e nella tecnica costruttiva blockbau tipica dell’architettura tradizionale, formata da tronchi sbozzati di pino e di larice posti a incastro.
Durissime erano tra queste montagne le condizioni di vita. Per il rigore del clima le famiglie vivevano in inverno nella linda Wongade ricavata nella stalla, mentre per cercare fortuna, o per le incombenze, ancora nel XIX secolo ci si recava in Svizzera: per un uomo in forze, Zermatt era raggiungibile infatti in una giornata e mezzo circa di cammino.
Nei suoi soggiorni estivi nella località, iniziati nel 1889, anno in cui fu per la prima volta ospite del barone Luigi Beck Peccoz presso la dimora che prenderà poi il nome di villa Margherita, la regina ebbe sicuramente modo di osservare anche il duro lavoro e la dignità delle donne del luogo, a lungo sole perché gli uomini della comunità svolgevano prevalentemente l’attività di Krämer (mercante) in Svizzera e in Germania meridionale. Sicuramente anche per questo motivo decise di omaggiarle ridisegnandone il costume, il più ricco tra quelli tradizionali della Valle d’Aosta. La regina, che si era fatta realizzare un proprio abito dal sarto di Gressoney Franz Bonda, lo indossava apprezzandone la comodità.
Anche il desiderio di evadere dagli obblighi di corte e di condurre, seppure per un breve periodo, una vita quasi comune l’avevano spinta ad affezionarsi a questo luogo, a lei caro per via delle proprie origini: figlia della principessa Elisabetta di Sassonia, da subito doveva essersi sentita vicina alla comunità di Gressoney, con la quale condivideva la lingua tedesca. Un affetto particolare le proveniva inoltre dal ricordo del padre, Ferdinando di Savoia duca di Genova, morto quando Margherita aveva appena tre anni, solito recarsi a Staffal, sul ghiacciaio del Lys, in compagnia del padre del barone Luigi, Joseph Anton Beck Peccoz, per la caccia al camoscio e allo stambecco.
Con l’arrivo della regina Margherita, prima regina d’Italia, queste montagne e questa valle conobbero l’arrivo della modernità e lo sviluppo repentino del turismo. Gressoney, conosciuta anche in precedenza come stazione alpina, divenne in pochi anni una località alla moda e la nuova strada carrozzabile, inaugurata già nel 1894, solcata ogni estate da sempre più numerosi landò, carrozze, diligenze, grands breacks, biciclette, dalle prime automobili e motociclette.
Tra gli esponenti di Casa Savoia che soggiornarono, o furono di passaggio, a Gressoney in quegli anni si possono citare, oltre a re Umberto I

, che preferiva però risiedere in Valle d’Aosta nel castello reale di Sarre, all’imbocco delle valli del Gran Paradiso, dove si dedicava alle grandi cacce al camoscio e allo stambecco come il padre Vittorio Emanuele II, la madre della regina, l’anticonformista duchessa di Genova Elisabetta, le principesse Maria Letizia Bonaparte e Maria Pia del Portogallo, la “grande Dame di Napoli” Elena d’Orléans con il duca di Aosta, il conte di Torino, il duca degli Abruzzi (Margherita nel 1908, ormai regina madre, telegrafava curiosamente proprio da Gressoney esprimendo la sua contrarietà al matrimonio del nipote con l’ereditiera americana Katherine Elkins) e l’affezionato fratello della sovrana, il principe Tommaso duca di Genova, con la consorte duchessa Isabella, che rimasero particolarmente affascinati dalla bellezza e dalla riposante calma della valle.
Ancora nel 1901 vi fu una breve visita del figlio re Vittorio Emanuele III e della regina Elena, mentre in anni successivi giunsero nella località il Principe di Piemonte con la moglie Maria José. Non mancò, nei primi anni di soggiorno di Margherita, anche Rosa Arbesser, sua affezionata istitutrice, divenuta nel frattempo baronessa Korn von Rudelsdorff.
Fra i membri dell’alta aristocrazia italiana e le Teste coronate d’Europa, i principi di Scalea e il duca di Oporto furono ospiti al Grand Hôtel Miravalle nel 1912.
Numerosi anche gli intellettuali, artisti ed esponenti dell’alta società dell’epoca che fecero da seguito alla prima sovrana d’Italia. Tra i più noti, oltre al Carducci, i fratelli canavesani Giuseppe e Piero Giacosa (il primo, detto “Pin”, drammaturgo, scrittore e librettista della Tosca e di Bohème, portò a termine il suo libro “Castelli valdostani e canavesani” in una baita nella frazione Orsia a Gressoney-la-Trinité), l’editore bolognese Giacomo Zanichelli, il poeta e critico letterario Francesco Pastonchi, il romanziere vicentino Antonio Fogazzaro (che scrisse la prefazione in italiano del testo dell’abate Jean Jacques Abraham Christillin “Dans la Vallaise – Légendes et Récits recueillis sur les bords du Lys” dedicato alla regina, edito da Baldini-Castoldi di Milano), la giornalista e scrittrice partenopea Matilde Serao. Tra i musicisti, Giacomo Puccini, in giovane età sostenuto economicamente negli studi al Conservatorio di Milano proprio dalla regina Margherita, il cantante e baritono francese Vanni Marcoux, il celebre organista Marco Enrico Bossi, il pianista e maestro Giovanni Sgambati, che si esibì nella chiesa di Gressoney-Saint-Jean eseguendo pezzi d’effetto e una fuga di Bach per tutto il pubblico. Ancora a testimonianza della vivacità culturale e del clima di quegli anni nella piccola stazione alpina, si possono nominare il fisico e senatore Pietro Blaserna, il chimico di origini armene Giacomo Luigi Ciamician, il professore Augusto Monti di Torino, i senatori Eugenio Figoli de Geneys e Costantino Perazzi, infaticabile guida della regina ed esploratore della catena del Rosa, la giovane Carla Tosi e l’ingegnere e imprenditore Guido Uccelli di Nemi, poi fondatore del Museo nazionale della scienza e della tecnica Leonardo da Vinci di Milano, entrambi ospiti al Miravalle e che si conobbero proprio a Gressoney nel 1912 convolando a nozze l’anno successivo, Camillo Olivetti, Charles Raymond, regista, attore e sceneggiatore britannico del cinema muto, la cantante lirica statunitense Tryphosa Bates-Batcheller, l’onorevole marchese Compans de Brichanteau, gli alpinisti Guido Rey e Monsignor Achille Ratti, futuro papa Pio XI.
Tra il 1890 e il 1893, per cura e spese della Direzione del C.A.I., in primo luogo dei Sella con la sottoscrizione di S.M. la regina d’Italia, fu costruita la Capanna-osservatorio Regina Margherita, rifugio più alto d’Europa, su punta Gnifetti a 4559 metri, tenuta a battesimo da Margherita il 18 agosto 1893, prima donna e sovrana a raggiungerla. Meta dell’alpinismo eroico e di osservazioni scientifiche all’avanguardia della giovane nazione italiana (Picchi, picozze e altezze reali, a cura di Amedeo di Savoia-Aosta) fu affiancata nel 1907, presso il Col d’Olen, dall’Istituto fondato dal medico e fisiologo dell’Università di Torino Angelo Mosso. L’impresa di chiaro significato patriottico (superò la francese Capanna-osservatorio Vallot sul Monte Bianco) fu anche un’ulteriore testimonianza di affetto e di vicinanza della sovrana per queste ‘sue care montagne’ e questa ‘sua cara valle’, capaci di ritemprarla nel corpo e nello spirito e, come lasciò vergato prima di intraprendere la discesa l’indomani mattina, di innalzarla sino a Dio.



