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Baffi, il governatore di Banca d'Italia che sfidò la P2 e fu lasciato solo

31 lug
Tempo di lettura: 3 min

Baffi e Sarcinelli
Baffi e Sarcinelli

Quanti di noi conoscono la storia di Paolo Baffi? Probabilmente sarebbero in pochi ad alzare la mano. Eppure quella del governatore della Banca d’Italia, travolto nel 1979 insieme al vicedirettore generale Mario Sarcinelli da un’inchiesta dalla quale entrambi uscirono completamente prosciolti, è una delle pagine più oscure della storia repubblicana. Una vicenda nella quale si intrecciano vigilanza bancaria, politica,

magistratura, Banco Ambrosiano, terrorismo nero e loggia P2. A ricostruirla è il libro

“Attacco alla Banca d’Italia – La difesa di Paolo Baffi” di Beniamino Andrea Piccone, presentato venerdì 17 luglio nella sala consiliare di Nus, su iniziativa dell’associazione "La Nave dei Disperati". Al confronto hanno partecipato, oltre all’autore, l’economista ed ex ministra Elsa Fornero e gli storici Paolo Gheda e Paolo Soddu. Per capire che cosa accadde bisogna tornare al 1975, quando Baffi venne nominato governatore con il sostegno di Aldo Moro e Ugo La Malfa. Economista di scuola einaudiana, interpretava l’autonomia della Banca d’Italia in modo rigoroso: il credito non doveva essere concesso

sulla base di amicizie o pressioni politiche e la vigilanza doveva entrare davvero nei

conti degli istituti bancari.

Con Sarcinelli avviò ispezioni su Italcasse e sul Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, facendo emergere esportazioni illegali di capitali, crediti privi di adeguate garanzie e movimenti finanziari opachi. Fu proprio questo cambio di passo a renderli scomodi. «Baffi e Sarcinelli contrastarono fenomeni degenerativi con lo strumento delle ispezioni

in loco», ha spiegato Piccone. Secondo la ricostruzione proposta dall’autore, dall’Ambrosiano uscivano fondi diretti alla P2 e all’eversione nera: «La P2 si era impossessata del Banco Ambrosiano e da lì uscivano enormi somme di denaro».

L’attacco giudiziario arrivò il 24 marzo 1979: Sarcinelli fu arrestato e Baffi incriminato.

L’accusa era, paradossalmente, di non aver trasmesso alla magistratura documenti che avrebbero dovuto essere consegnati. Sarcinelli trascorse quindici giorni a Regina Coeli

e venne poi scarcerato per assoluta mancanza di indizi. Baffi, pur non essendo stato

arrestato, subì un’umiliazione pubblica e istituzionale che lo portò alle dimissioni.

La vicenda si consumò in un passaggio politico delicatissimo. Il 20 marzo aveva giurato

il quinto governo guidato da Giulio Andreotti; quattro giorni dopo arrivarono i provvedimenti contro i vertici della Banca d’Italia. Paolo Gheda ha invitato

a non sovrapporre automaticamente responsabilità politiche e giudiziarie, ma a proseguire il lavoro sulle fonti, sui diari e sui carteggi. «Non smentire nulla, ma distinguere», ha spiegato lo storico.

Da sinistra Soddu, Piccone, Fornero e Gheda
Da sinistra Soddu, Piccone, Fornero e Gheda

Nei diari di Andreotti emerge infatti un rapporto complesso, ma non apertamente ostile,

con Baffi. Il 9 ottobre 1979 l’ex presidente del Consiglio annotò la visita di commiato del governatore uscente e di Carlo Azeglio Ciampi, ricordando il lavoro svolto insieme per l’ingresso dell’Italia nello Sistema monetario europeo.

Gheda ha tuttavia sottolineato come dalle lettere di Baffi emerga «la chiara e netta sensazione di non avere una tutela », nonostante un rapporto con il governo improntato a

una formale e diplomatica cordialità.

Per Elsa Fornero il libro restituisce tutta la violenza di quella stagione. «La prima parte si legge quasi come un giallo giudiziario, con persone che intorbidiscono, accusano e perseguono obiettivi profondamente sbagliati». Ma il cuore della vicenda resta istituzionale: «Baffi e Sarcinelli erano persone estremamente rigorose, veri servitori dello Stato. Cambiarono la musica, ma quel cambiamento non piaceva al potere». La loro colpa, ha spiegato Fornero, fu aver esercitato seriamente la vigilanza bancaria. «La Banca d’Italia non può prendere ordini dalla politica, perché deve poter dire che cosa non

funziona». Da questa storia arriva quindi una lezione ancora attuale: l’indipendenza delle istituzioni non può dipendere dalla convenienza di chi governa.

Paolo Soddu ha collocato la caduta di Baffi nella crisi della solidarietà nazionale seguita

all’assassinio di Moro. Venuti meno Moro e La Malfa, il governatore perse i principali sostenitori della sua nomina. «Baffi era un elemento d’imbarazzo per la classe dirigente

italiana», ha detto Soddu, perché portava «un’altra concezione del potere rispetto a

quella dominante». L’incriminazione, secondo lo storico, fu pretestuosa e puntava a due obiettivi: allontanare Baffi e tentare di mettere le mani sulla Banca d’Italia. Il prezzo fu anche umano. Piccone ha ricordato una lettera del 1984 con la quale il sostituto procuratore generale della Cassazione Cesare Danna chiese perdono, a nome della giustizia italiana, a Baffi e Sarcinelli per quello che definì un distorto esercizio del potere giudiziario. Sarcinelli raccontò di non essere riuscito per anni a spiegare ai figli perché fosse stato arrestato, mentre Baffi visse con profonda sofferenza l’accusa rivolta proprio a lui, che aveva dedicato la propria vita al servizio dello Stato. Resta allora la domanda che attraversa il libro e la serata di Nus: perché una figura con meriti così rilevanti non ha

mai ricevuto un pieno riconoscimento pubblico.


Genny Perron

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