I 7 Sacramenti – La Penitenza
Quinto incontro del ciclo di conferenze tenuto da padre Alberto Vaccaneo O.F.M.Cap ad Ayas.

Dopo essere immersi e confermati nella realtà di Cristo e della Chiesa diventa essenziale poter rimediare ai propri errori convertendosi nuovamente alla realtà di Dio, questo sacramento è la penitenza (da pentirsi) o riconciliazione (dall’essere riammessi alla comunione con Cristo) o confessione.
Il catechismo ne fornisce una definizione descrittiva: “Quelli che si accostano al sacramento della Penitenza ricevono dalla misericordia di Dio il perdono delle offese fatte a lui e insieme si riconciliano con la Chiesa, alla quale hanno inflitto una ferita col peccato e che coopera alla loro conversione con la carità, l'esempio e la preghiera” (CCC 1422)
Materia del sacramento è il Peccato, che è un offesa fatta a Dio e alla Chiesa, cioè un andare volontariamente contro Dio, ricadendo in una sorta di idolatria (dell’Io, del sapere, della carne,...) che cerca di riempire le voragini interiori della nostra anima, non riuscendoci e allontanandoci da Cristo. Rifiutando la comunione con Dio e la sua chiamata, si rifiuta parimenti la comunione con gli altri e si rigetta la retta formazione della propria persona. La sua negatività quindi consiste in una triplice negazione: di Dio, degli altri, di se stesso.
È importante chiarire che vi sono due tipi di peccato. Il peccato mortale distrugge la carità nel cuore dell’uomo a causa di una violazione grave della legge di Dio, e lo allontana profondamente da Lui sostituendolo con un bene inferiore. Il peccato veniale invece lascia sussistere la carità, quantunque la offenda e la ferisca, indebolendo la forza dell’amore di Dio nel peccatore.
Nell’Antico Testamento, il peccato è concepito anzitutto come una rottura dell’alleanza tra Dio e il suo popolo, una frattura che non riguarda solo il singolo individuo ma si ripercuote sull’intera comunità. Per ristabilire questa alleanza infranta, Israele ricorreva a diversi mezzi penitenziali. Nei casi più gravi era prevista la pena di morte, a sottolineare la radicalità della rottura con Dio. Per i peccati meno gravi, invece, si praticavano riti di purificazione, come abluzioni e sacrifici di espiazione.
Nel Nuovo Testamento, la penitenza assume un significato più profondo e personale a partire dalla predicazione di Gesù, sintetizzata nell’invito: “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino”. La conversione non è più soltanto un insieme di atti esteriori, ma un cambiamento radicale del cuore e della vita. Essa consiste soprattutto nella fede in Gesù Cristo ed è al tempo stesso dono gratuito di Dio e risposta libera dell’uomo. Dio, nella sua misericordia, attira il peccatore e lo invita a ritornare a Lui, ma richiede anche un impegno concreto di trasformazione interiore.
Il tema del perdono dei peccati è centrale nell’azione e nel messaggio di Gesù. Egli non solo annuncia il perdono, ma lo rende visibile attraverso incontri concreti con i peccatori: accoglie, guarisce, rialza e restituisce dignità. Episodi come quelli della samaritana, della peccatrice perdonata, dell’adultera o di Zaccheo mostrano un Dio che non si limita a giudicare, ma cerca attivamente chi si è smarrito. Il perdono diventa così il segno distintivo della sua missione e il criterio fondamentale per i suoi discepoli, chiamati a perdonare, riflettendo la perfezione misericordiosa del Padre.
Un aspetto importante della dottrina neotestamentaria è il potere di “legare e sciogliere”, affidato da Gesù ai suoi discepoli. Questo linguaggio, di origine rabbinica, indica sia l’autorità di insegnare e discernere ciò che è lecito o illecito, sia la facoltà di escludere o riammettere qualcuno nella comunità. Nel contesto ecclesiale, questo potere si esercita soprattutto nel processo di correzione fraterna: il peccatore viene prima ammonito privatamente, poi davanti a testimoni e infine davanti alla comunità. Se rifiuta ogni richiamo, viene considerato come estraneo, evidenziando la serietà della comunione ecclesiale e della responsabilità personale.
Infine, il Vangelo di Giovanni presenta il potere di rimettere e ritenere i peccati come parte integrante della missione affidata agli apostoli. Dopo la risurrezione, Gesù invia i discepoli come il Padre ha inviato lui, donando loro lo Spirito Santo. Il potere di “rimettere” indica la cancellazione del peccato, come un debito condonato, mentre quello di “ritenere” implica il riconoscimento e la conferma di una situazione di peccato non ancora superata. Questo duplice aspetto non è contraddittorio, ma esprime la responsabilità della Chiesa nel discernere e accompagnare il cammino di conversione, continuando nel tempo la missione salvifica di Cristo.
Nei primi secoli la Chiesa praticava la penitenza pubblica canonica per i peccati gravi: il penitente confessava, entrava nell’ordine dei penitenti e, dopo un lungo tempo di opere penitenziali, veniva riammesso dal vescovo; questo percorso non era reiterabile e perciò spesso veniva rimandato. Dal VII secolo si affermò una svolta decisiva: la penitenza divenne reiterabile e privata. Questo processo culminò nel Concilio Lateranense IV, che impose l’obbligo della confessione annuale, sancendo il passaggio alla penitenza personale (accusa, assoluzione e soddisfazione), principio valido ancora oggi.
Il Concilio di Trento intervenne in risposta alle posizioni della Riforma protestante, riaffermando con forza la necessità del sacramento della penitenza e dell’accusa integrale dei peccati. Stabilì che la forma ordinaria del sacramento è la confessione auricolare al sacerdote, rappresentante autorizzato della Chiesa, e precisò che per alcuni peccati particolarmente gravi l’assoluzione è riservata al vescovo o al papa. Pur ridimensionando il valore sacramentale di pratiche come i pellegrinaggi penitenziali, non le proibì, consolidando così una dottrina chiara e normativa sulla confessione.
Il Concilio Vaticano II ha rinnovato la comprensione teologica del sacramento, mettendo in luce soprattutto la sua dimensione ecclesiale. Il peccato non è mai solo un fatto individuale, ma coinvolge l’intera comunità, così come il perdono si realizza all’interno della Chiesa, luogo in cui agisce lo Spirito Santo. Per questo, la confessione non è solo un atto interiore tra il fedele e Dio, ma richiede anche l’incontro sacramentale con il ministro della Chiesa, che rappresenta insieme Cristo e la comunità. In tal modo, il sacramento della penitenza appare come un’esperienza di riconciliazione non solo con Dio, ma anche con la Chiesa.
Il nuovo Ordo Paenitentiae (1973) nasce dall’esigenza di rinnovare il rito della penitenza affinché esprima in modo più chiaro la natura e gli effetti del sacramento. Alla luce del Concilio, il nuovo rito sottolinea con forza la dimensione ecclesiale della riconciliazione: il peccatore non si riconcilia solo con Dio, ma anche con tutta la Chiesa. In questa prospettiva, vengono proposte tre forme celebrative, non equivalenti ma ordinate gerarchicamente, con una chiara preferenza per la confessione personale, pur valorizzando anche la dimensione comunitaria del sacramento. Le tre forme sono: il rito per la riconciliazione dei singoli penitenti; il rito per la riconciliazione di più penitenti con la confessione e l’assoluzione individuali; il rito per la riconciliazione di più penitenti con la confessione e l’assoluzione generale (legato a situazioni particolari estreme o di emergenza).
Il rito per la riconciliazione dei singoli penitenti resta la forma ordinaria e fondamentale. Esso è strutturato come un vero incontro personale tra Cristo e il peccatore, mediato dal sacerdote. In questo rito emerge con chiarezza la dimensione personale della salvezza: Cristo si rivolge a ciascun fedele come medico che guarisce e rialza, reintegrandolo nella comunione ecclesiale. La centralità della relazione personale e del dialogo spirituale rende questa forma insostituibile nella vita sacramentale.
Il rito per la riconciliazione di più penitenti con confessione e assoluzione individuale rappresenta invece una significativa novità, ancora oggi poco valorizzata ma teologicamente molto ricca. Si tratta di una celebrazione comunitaria che integra liturgia della Parola, silenzio, esame di coscienza e preghiera comune, culminando però sempre nella confessione personale. Questa forma esprime in modo particolarmente efficace l’immagine di una Chiesa in cammino, che si riconosce insieme peccatrice e bisognosa di conversione. Pur mantenendo l’incontro personale con Cristo nel momento dell’assoluzione, essa educa i fedeli a vivere la penitenza non come atto isolato, ma come esperienza ecclesiale condivisa, dove la comunità sostiene e accompagna il cammino di riconciliazione.
In conclusione, il sacramento della penitenza si rivela, lungo tutto il suo sviluppo biblico, storico e liturgico, come un dono sempre vivo della misericordia di Dio, capace di rinnovarsi senza perdere la sua essenza. Nella riconciliazione il credente non solo ritrova Dio, ma viene reintegrato nella comunione della Chiesa, riscoprendo la propria identità di figlio e fratello. Il sacramento della penitenza appare così come un cammino continuo di conversione, nel quale la misericordia divina incontra la libertà umana, trasformando il peccato in occasione di grazia e di rinnovata comunione.




