Il Vangelo della Domenica
Stesso intento di don Alessandro Valerioti

Il Vangelo di oggi prosegue con la lettura del capitolo 22 di Matteo. In questa pagina farisei ed erodiani perseguono lo stesso intento. I farisei ritengono un sacrilegio appoggiare l'occupazione romana, gli erodiani invece sono convinti sostenitori di Erode Antipa, il re fantoccio messo lì dall'imperatore Tiberio per poter dirigere liberamente la Palestina. Acqua e olio alleati contro Gesù. Insieme gli rivolgono questa domanda: è lecito o no pagare il tributo a Cesare? Roma con il tributum capitis esigeva che ogni suddito dai 14 ai 65 anni versasse annualmente un denaro nelle casse dello stato. Per sapere quante tasse raccogliere occorreva censire la popolazione. Nella logica ebraica il popolo appartiene a Dio, contare il popolo equivale a sottrarlo all'autorità del Signore e sottometterlo a un potere umano. È la stessa logica del peccato di Davide che, dopo aver fatto il suo censimento, si pente amaramente. La domanda posta a Gesù è formulata in modo da rendergli impossibile qualsiasi scappatoia: se si pronuncia contro il pagamento delle tasse, potrà essere denunciato alle autorità romane come un sovversivo, un sobillatore di popolo. Se si dichiara favorevole, si tirerà addosso l'insofferenza del popolo che odia i Romani. È proprio vero: l' “organo” più sensibile del nostro corpo è il portafoglio! Se è vero che le tasse sono pagate sempre con ostilità, per il popolo ebraico si aggiunge oltre al danno anche la beffa di usare una moneta che sul fronte ha l'effigie dell'imperatore e l'iscrizione Tiberio Cesare, figlio Augusto del divino Augusto e sul retro la scritta Sommo Pontefice con il conio di una donna seduta come simbolo di pace: Livia, la madre di Tiberio. Nella legge ebraica le immagini umane sono proibite, usare la moneta romana di Tiberio significa dare il proprio assenso a una forma di idolatria. Gesù è consapevole di questo complotto. Per sviare qualsiasi dubbio chiede che gli venga mostrata la moneta, ed essi ingenuamente gliela presentano. Gesù non ha denaro, non ne possiede, mentre essi tirano fuori dalle loro tasche la moneta senza problemi perché la utilizzano quotidianamente. Ma attenzione! La disputa avviene nel recinto del Tempio: gli Ebrei non si preoccupano di profanare quel luogo Santo con l'immagine della moneta, si fanno scrupoli esclusivamente quando devono pagare le tasse. Gesù osserva la moneta e chiede “di chi è questa immagine”? Ovvio, di Cesare. Allora “date a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio”. È un dovere morale oltre che civile contribuire al bene comune con il pagamento del tributo; l'evasione fiscale e il furto non sono giustificabili. Il cristiano è chiamato a essere un cittadino onesto ed esemplare. Deve rigettare i sotterfugi e cercare di costruire una società giusta. Il verbo che Gesù utilizza nella sua risposta indica come senso pieno quello di “restituire”. Non si tratta solo di trattenere del denaro che deve essere consegnato all'imperatore, ma farisei ed erodiani in un certo senso si sono impossessati anche di un altro bene più prezioso, che è di proprietà di Dio su questa terra: il cuore dell'uomo! Come la moneta deve essere restituita a Cesare perché su di essa è impresso il volto di costui, così allo stesso modo l'uomo deve essere restituito a Dio perché su di lui è impresso il volto di Dio.




