Identikit di un Santo
di Marco Fogliadini (in collaborazione con Saint-Martin News)

Esiste un parallelo tra la festa di Ognissanti e la giustizia riparativa? Se la prima celebra la Comunione dei Santi, cioè l’idea che tutti gli esseri umani siano interconnessi in una rete spirituale e sociale, la seconda rifiuta di ridurre l’essere umano al reato che ha commesso.
Festeggiare i Santi significa celebrare la possibilità per chiunque di cambiare percorso,
trasformando il colpevole da scarto da rinchiudere a risorsa per la comunità. Ognissanti
ci ricorda che la santità non è assenza di errore, ma grazia da accogliere liberamente: anche i santi hanno passato l’esperienza del peccato o del crimine. La giustizia riparativa si fonda esattamente sullo stesso principio: il reato non è solo la violazione di una norma astratta, ma la rottura di un legame comunitario. Se un componente soffre o sbaglia, l’intera comunità ne è influenzata e l’intera comunità deve farsi carico della riparazione.
I santi non sono giudici, ma mediatori.
Santi storici come San Francesco d’Assisi, che riappacificò il lupo di Gubbio con la popolazione, è un perfetto esempio letterario di mediazione e riparazione o come San Giovanni Bosco che nelle carceri torinesi dell’800 capì che la punizione fine a se stessa distruggeva i giovani, mentre l’accoglienza e la responsabilizzazione riparavano.
Dunque, se la giustizia degli uomini punisce e separa, le opere di carità dei Santi riparano
e uniscono. Chi è il santo oggigiorno? Papa Francesco li chiama i santi della porta accanto.
Sono uomini e donne che vivono la santità incarnando il Vangelo nelle routine della quotidianità: genitori, lavoratori, malati, anziani, persone comuni che scelgono ogni giorno la gentilezza, l’ascolto, il perdono, la solidarietà. È una vocazione aperta a tutti. Non serve compiere grandi opere: Dio si rende presente nelle relazioni e nelle fatiche vissute con amore; è la forza dei piccoli gesti. I santi sono, però, anche coloro che, nel silenzio, ricuciono strappi e curano ferite relazionali.
Del resto, la storia della Chiesa è fondata su questa crepa luminosa. Pensiamo a San Pietro e San Paolo: il primo ha rinnegato il Maestro nel momento più buio della prova, l’altro ha perseguitato ferocemente le prime comunità cristiane. Eppure, nessuno dei due è rimasto prigioniero del proprio errore. La loro santità non è il brevetto di un’innocenza immacolata, ma il coraggio di lasciarsi rialzare, di farsi riscattare da un amore più grande. Hanno speso la vita non per dimostrarsi perfetti, ma per testimoniare che la misericordia di Dio non
misura i nostri fallimenti, ma rimette in moto la nostra libertà.
È questo l’identikit di un santo. È questa la vera direzione del cammino. In un tempo che isola, divide e condanna senza appello, la festa di Ognissanti ci permette di respirare una fraternità che non emette sentenze, ma apre cantieri di riconciliazione.
I santi non ci guardano dall’alto di un podio irraggiungibile; camminano a fianco a noi, lungo i sentieri polverosi della storia, incoraggiandoci e ricordandoci che la nostra sete di giustizia e di senso non è illusione.
È una sete profonda, radicale, in cui l’unica vera risposta al grido antico e sempre nuovo si trova nelle parole del salmista: «O Dio, tu sei il mio Dio, dall’aurora io ti cerco, ha sete di te l’anima mia, desidera te la mia carne in terra arida, assetata, senz’acqua» (Salmo 62-63).




