Il Vangelo della Settimana (2 novembre)
Chiamati alla santità e al cielo di don Alessandro Valerioti

Il tempo ordinario costituisce il tempo della riflessione del lavoro su di noi e un vero luogo dell’incontro con la vita. Oggi incontriamo sul nostro cammino la commemorazione dei fedeli defunti che sopraggiunge immediatamente dopo la festa di tutti i Santi. Non dimentichiamoci della chiamata alla santità e al cielo. Il messale propone tre proposte di celebrazione e in questo anno leggiamo la seconda (Mt 25,3 1-46).
Questo brano in modo sommario potrebbe essere identificato come una parabola. Appartiene però a un genere letterario completamente diverso: si tratta della scena del giudizio che ricalca esattamente ciò che narra il libro di Daniele dell’Antico Testamento nel capitolo 7. Lo schema della struttura è lo stesso: l'intronizzazione del giudice accompagnato dagli angeli assistenti; la convocazione di tutte le genti e la separazione in due gruppi; la sentenza finale e infine il premio spettante ai giusti e la punizione ai malvagi. Lo scopo più alto di questo testo non è semplicemente informare, ma fornire gli insegnamenti sul come comportarsi oggi. Il messaggio centrale che Gesù consegna è semplice: gli anni della vita dell'uomo sono un bene prezioso, sono un tesoro su cui investire. La carità non sbaglia. La lista di coloro che possono essere aiutati è precisa e puntuale: l'affamato, l'assetato, il forestiero, il nudo, il malato e il carcerato. Esistono paralleli sia ebraici (come il salmo 118,17) sia pagani (come il libro egizio dei Morti che era posto accanto al defunto nella tomba). Ma la vera novità che Gesù porta in questo insegnamento è che Egli stesso si identifica in questo preciso elenco di persone. Qualunque cosa verrà fatta a uno di questi più piccoli è fatta a lui. Il valore assoluto di questa esortazione è il vero sacrificio gradito agli occhi di Dio. L'ideale del nostro mondo malato sono il potere, la sopraffazione ed il sopruso. Dio nei nostri confronti la pensa in modo opposto. Quando per ogni uomo si concluderà la propria storia sulla terra e ciascuno sarà al cospetto di Dio, un solo bene risulterà prezioso: l'amore. La vita sarà considerata riuscita o fallita a seconda dell'impegno profuso, donato ed incarnato. Nessuno di coloro che ha compiuto le opere di misericordia si è reso conto di averle rese a Gesù. L'amore è autentico e disinteressato, esente da ogni forma di compiacimento. L'inferno esiste. È la condizione creata dalla disperazione, dell'infelicità e dal peccato. Dall'inferno del peccato è possibile uscire e si viene liberati solo da Gesù che è l’unico salvatore del mondo. Il giudizio finale è per la salvezza. C’è un ultimo nodo da slegare: la distinzione tra pecore e capre! Non cerchiamo quanti possono essere considerati pecora o capro, ma piuttosto in quali occasioni oggi siamo diventati pecore e in quali altre ci siamo comportati come capre.




