Il Vangelo della Domenica
Lo Sposo e la sposa di don Alessandro Valerioti

Gesù nuovamente racconta con delle parabole il Regno di Dio. I rabbini annunciavano un Eden preparato per l'aldilà, Gesù indica invece che il banchetto del Regno di Dio è imbandito nell'al di qua ed è la condizione nuova di chi entra nella Chiesa, ossia quella di chi accoglie il dono dello Spirito Santo professando la pienezza delle beatitudini. L'atmosfera di questa parabola è densa di gioia e il clima di festa è notevole. Ma ci sono due momenti drammatici: una città in fiamme e un malcapitato che viene gettato fuori nelle tenebre. La festa di nozze è un'immagine biblica densa di significato: è l'incontro dell'amore pienamente vissuto tra il Signore e la sua sposa Israele. In questa parabola lo sposo è Gesù, la sposa è l'umanità intera che è amata in pienezza da Dio. Il banchetto richiama la felicità completa dei tempi messianici. Chi accoglie la proposta del Vangelo entra nel Regno di Dio, ne fa esperienza e la sua gioia si trasforma in un'autentica e profonda vita. I servi hanno il delicato incarico di portare l'invito e sono divisi in tre gruppi. I primi due rappresentano i profeti, i giudici e i giusti fino a Giovanni Battista, che assolve ad un compito enorme, ossia preparare Israele ad accogliere, Gesù lo sposo. Il terzo gruppo di inviati indica la Chiesa con gli apostoli e tutti i discepoli. L'invito rivolto è il medesimo per tutti: sedere a tavola. Gli uomini raccolti lungo le strade e nelle piazze sono gli uomini di tutto il mondo. Vengono raccolti buoni e cattivi, anche se nell'originale greco nel testo prima vengono i cattivi e poi i buoni: la gratuità dell'amore di Dio è rivolta anche verso coloro che non hanno meriti. La presenza del bene e del male nella Chiesa è continua. Gli uomini portano con sé le proprie miserie, le debolezze e le loro infermità. Il popolo di Dio è composto sia dai buoni sia dai cattivi; nello stesso campo crescono insieme grano e zizzania. La Chiesa è una rete che tiene insieme ogni sorta di pesci. Proprio le debolezze degli uomini sono il luogo della santificazione. Ed ecco l’interruzione della città in fiamme. Che bella fantasia: un banchetto che inizia, nel mezzo si fa una guerra e alla fine si torna e i piatti sono ancora lì, pronti sul tavolo con gli invitati in attesa. Certamente Matteo vuole dare una lettura più profonda della rovina di Gerusalemme. I primi cristiani considerano la devastazione della città santa come un castigo di Dio per il rifiuto della persona di Gesù. Il linguaggio arcaico evidenzia le conseguenze del peccato: distruzione e morte. Chi rifiuta l'invito del Signore al banchetto si autocondanna alla distruzione. Ma Dio si serve anche dei disastri del peccato per portare avanti il suo progetto di salvezza. La distruzione di Gerusalemme garantisce la salvezza ai pagani. Anch'essi possono con pieno diritto sedersi alla tavola del banchetto: “e la sala fu piena”.
Tutti si sono riuniti e la festa può avere inizio. Il re entra nella sala, passa a salutare gli ospiti, ma incontra un tale che siede a tavola senza l'abito della festa. I commensali sono stati presi per strada e nelle piazze: perché dunque il re si accanisce contro quest'uomo? La seconda parte della parabola non è il seguito della prima, ma è una nuova parabola. Per l'evangelista è chiaro: non basta prendere parte al banchetto e accogliere l'invito, si deve innanzitutto mutare il cuore. Chi si allontana dal Vangelo rischia il proprio fallimento e spreca l'invito. Il richiamo all'abito è evocativo e ricorda la veste che riceviamo al battesimo. L'abito bianco è il segno della nostra nuova dignità. Non basta ricevere il sacramento, è necessario convertire il nostro cuore. Non ci si può presentare alla festa con gli stracci della vita di prima: l'adulterio, la disonestà, la dissolutezza morale. Non si può mettere una pezza nuova su un vestito vecchio; bisogna rinnovare il vestito. Matteo ci esorta e richiama noi cristiani alla serietà con cui abbiamo assunto gli impegni battesimali. Solo così sarà per tutti gioia piena!




