L'America non è Trump

L’America non è Trump e non ci vogliamo riferire alle polemiche personali tra il Presidente degli USA e la nostra Presidente del Consiglio o, peggio, alle gravi affermazioni nei confronti di Sua Santità, ma ad una serie di dati recenti, ripresi anche da autorevoli quotidiani, relativi
sia alla situazione agricola americana che ai mercati internazionali. Secondo uno studio pubblicato da “The Economist” pare che il settore agricolo americano, tendenzialmente conservatore e tra i maggiori sostenitori della prima ora del Tycoon sia, ora, in forte fermento proprio nei confronti delle politiche presidenziali. Prima accusa l’aumento dei costi dei fertilizzanti dovuti, come per tutto il globo, alla guerra con l’Iran. Ma anche l’aumento dei costi del carburante e del gas vengono indicati tra le “colpe” di Trump, in una situazione dove
le aziende agricole occupano dimensioni e spazi enormi (187 ettari la dimensione media) e le spese dovute agli spostamenti e alle lavorazioni quotidiane sono impressionanti. Oltre al carburante l’aumento del costo dei macchinari che, a causa dei dazi su acciaio e alluminio, sono schizzati alle stelle, con i grandi produttori americani della trattoristica che delocalizzano in Messico, poi i prezzi dei terreni che sono aumentati del 6%, le sementi
del 18%, la manodopera del 50% e gli interessi del 73%. Per contro stagnazione completa sui prezzi delle produzioni, mais e grano in particolare. In ultimo, in America come in Italia, la manodopera viene ricercata quasi esclusivamente nell’immigrazione e le politiche di caccia allo straniero non aiutano certo il reperimento della forza lavoro. Poi i dazi: i Paesi
che più sono stati colpiti hanno reagito, come la Cina, ad esempio, che ha dimezzato l’acquisto del cotone e bloccato l’acquisto della soia americana che vanta - si fa per dire - una richiesta internazionale stimata molto vicina allo zero. Di fatto, sembra che quasi il 70% degli imprenditori agricoli statunitensi si dichiarino fortemente insoddisfatti dalle politiche
presidenziali, che non voteranno, comunque, per i democratici, ma annunciano astensione di massa alla prossima chiamata alle urne, malgrado i consistenti aumenti degli aiuti
derivanti dall’aggiornamento del “Farm Bill”, le politiche agricole di sostegno
statunitensi. Ha fatto il giro del mondo la notizia della lite tra Trump, incalzato su questi temi, e una giornalista americana, in una trasmissione diretta Tv, con l’abbandono del Presidente dal set televisivo preparato proprio in un’azienda agricola. La scelta del fienile del Wisconsin
non era casuale, e i trattori sullo sfondo ancora meno, una scelta precisa di comunicazione, preparata per sottolineare il malessere agricolo americano. Sul lato commerciale internazionale, invece, secondo i dati Istat, la buona notizia sembra essere che l’Italia sia diventata, nel 2025, la quarta potenza mondiale a livello di esportazioni: davanti a noi solo USA, Cina e Germania e alle nostre spalle il Giappone, appena superato. Notizia che contrasta, anche se in parte, con le catastrofiche previsioni che seguirono il lancio dei dazi di
Trump che sottolineano, tutto sommato, la debolezza complessiva di una politica che ha innalzato, per prima cosa, i prezzi per i consumatori oltreoceano. Il settore agroalimentare,
pur segnalando alcune criticità, a seconda dei settori, si trova al quarto posto, preceduto dalla farmaceutica, macchinari industriali e mezzi di trasporto (esclusa l’automobile). L’export
nazionale agricolo è contraddistinto dal vino, che è comunque sostanzialmente in calo, bene i formaggi (pecorino e mozzarelle, mentre è in leggero calo il parmigiano) olio di oliva, frutta fresca, prosciutti e salumi, anch’essi in leggero calo, ma anche, nell’ambito agroalimentare, dal caffè, dalle conserve di frutta, aceti balsamici e dai prodotti della pasticceria. L’ulteriore notizia, che svela le difficoltà nel fare le previsioni, oppure che i mercati sono davvero strani, è che il maggiore partner italiano, in assoluto, è proprio l’America dei dazi con cui realizziamo un surplus commerciale di oltre 34 miliardi di euro. Gabelle rispetto alle quali, invece, Germania, Francia e Spagna segnalano delle criticità. Ma anche nel primo trimestre 2026, sempre secondo l’Istat, le esportazioni dall’Italia verso gli Stati Uniti segnalano un aumento del +12,1% rapportate su base annua. L’agroalimentare nazionale, malgrado alcune difficoltà, rimane ancora gradito oltreoceano e, nonostante gli annunci e i continui appelli all’“americanità” non è certo Trump che decide cosa amano, scelgono e acquistano i consumatori americani; come dicevamo, l’America (e gli americani) non sono Trump.
Ezio Mossoni




