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Sentieri di Speranza

11 ott
Tempo di lettura: 3 min

Del divino, del divano, della grazia di don NIcola Corigliano



Da questa settimana, in collaborazione con Saint-Martin News, pubblichiamo il commento al Vangelo di don Corigliano. Non sarà l'unica collaborazione. Tenete d'occhio il sito e ne saprete di più. Un grazie a Marco Fogliadini che con la sua disponibilità dimostra l'importanza della collaborazione tra informazione parrocchiale e diocesana. Fare rete è fondamentale e - devo ammetterlo - non è sempre così scontato.


Nel cuore delle scritture di questa settimana c’è un banchetto e un invito al banchetto. Nel libro del profeta Isaia viene detto che il Signore degli eserciti preparerà su questo monte un banchetto per tutti i popoli, immagine paradisiaca per eccellenza in un mondo segnato dall’indigenza, come era quello mediorientale. Il banchetto era immagine di completezza: indicava il benessere più totale anche nel Vangelo.


Una reazione sconcertante

Ciò che lascia disorientati, però, è la reazione all’invito al banchetto: il pranzo preparato è per un banchetto nuziale, le nozze mistiche tra Dio e il suo popolo, tra Cristo e la Chiesa, tra lo spirito e l’anima. Ma è un invito che cade nel vuoto. I due elementi che impediscono di partecipare al banchetto sono andare al proprio campo e curare i propri affari. In definitiva, le

persone, invece di andare al banchetto di nozze e divertirsi, continuano a lavorare.

Questo indica proprio la condizione di schiavitù dell’uomo che, invece di accogliere l’invito di Dio continua a fare le proprie faccende.


Della pigrizia e della superbia

La schiavitù dell’uomo è determinata essenzialmente dalla congiunzione di due elementi: il primo è una forma di grande pigrizia, nella quale invece della ricerca del divino c’è la ricerca del divano; il secondo elemento è la manifestazione di una certa superbia altezzosa nei confronti di questo invito: non ne abbiamo bisogno, non abbiamo bisogno di Dio, non abbiamo bisogno di te. La superbia è mettere il proprio io al posto di Dio. Un rapporto patologico col proprio io porta a diventare qualcosa di assolutamente enorme. Sant’Agostino diceva che la superbia non è grandezza, è gonfiore. In questo brano di Vangelo si manifesta proprio il gonfiore dell’uomo, tronfio delle sue conquiste, che non ascolta più la parola di Dio. L’unione di pigrizia e superbia porta all’indifferenza.


C’è posto per tutti

L’azione di Dio, tuttavia, non si ferma qui, perché la festa di nozze è pronta e, anche se gli invitati non sono degni, Dio ne sceglie altri tra i più improbabili. Vale a dire: uscirono per le strade e trovarono tutti, cattivi e buoni. Interessante! L’invito alle nozze non è riservato a una condizione morale d’eccellenza; essa è per tutti, cattivi e buoni, per tutti coloro che ascoltano

la parola di Dio e che accolgono questo invito. Anche i cattivi, perché anche per loro c’è posto.


L’abito come simbolo di rispetto

La condizione però è rivestirsi dell’abito della grazia di Dio, questa grazia, questo amore gratuito che diventa l’abito con il quale si partecipa alle nozze. Alle nozze, coloro che sono privi dell’abito nuziale, vengono ripresi: una persona pensa da sola di bastare a se stessa per partecipare all’invito al pranzo. Non è così. L’abito non indica soltanto la condizione

esteriore, quella di etichetta; l’abito indica rispetto. Per la persona che ti ha invitato, significa che non si può semplicemente presentarsi così. Il rispetto per la persona che ti ha invitato prevede che tu riconosca anche la dignità del posto in cui sei. E non si tratta di fare tiritere strane sull’abbigliamento che uno ha in chiesa, quello è secondario. È capire che questo

invito richiede l’abito giusto, quello della riconoscenza. L’abito di colui che amandoci

ci rende amabili, di colui che di fronte alle nostre povertà ci riveste di bellezza.

Se ci presentiamo senza questo abito, certo, verremo ripresi.

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