Una giornata al SERMIG peril gruppo famiglie della Cattedrale

Ci sono luoghi dai quali è difficile uscire così come si è entrati, luoghi in cui per capire che un altro modo di vivere è possibile sarà sufficiente trascorrere qualche ora, momenti come quelli che domenica19 aprile abbiamo vissuto al SERMIG-Arsenale della Pace di Torino, un poco più di un’ora da Aosta. Uno spazio di 40.000 metri quadrati sulle rive della Dora Riparia, nel cuore operaio della città ottocentesca il cui nome appare subito contradittorio: come può un luogo in cui per quattrocento anni si sono fabbricate bombe, armi, strumenti di morte, essere abbinato ad una idea, ad un sogno di vita fatta di armonia, di un’esistenza per gli altri? Solo persone eccezionali possono, con una visione talvolta avversata e derisa, trasformare una speranza in realtà. Nel caso dell’Arsenale questa persona ha il nome di Ernesto Olivero che con l’aiuto di Maria, sua moglie, nel 1983 ebbe il coraggio di iniziare un’opera che pochi avrebbero osato affrontare: allargare l’impegno da loro nato vent’anni prima con il SERMIG, Servizio Missionario Giovani, e coagulare intorno ad un’utopia altri giovani, prima in numero ridotto e poi crescente fino a contarne migliaia, coinvolgere
tecnici e professionisti disposti a donare il loro tempo per progettare, fornitori di materie prime pronti a cederle gratuitamente per trasformare un intero opificio ridotto allo stato di
enorme rudere in un luogo di armonia, di speranza, di incontro.

Quel sogno fu ed è tuttora ispirato alle parole del profeta Isaia: “ Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci”. Sono passati quarantatré anni da quel 3 agosto del 1983 e da allora la porta è stata aperta a tutti coloro che vi hanno bussato: 135.000 persone senza casa, vite cui la quotidianità in strada ha sottratto la dignità, donne
violate, giovani che provano a uscire da quella via che, come ci dice Mattia, uno dei volontari che vivono stabilmente all’Arsenale, porta solo al cimitero o in carcere; con risorse per il 93% derivanti da donazioni il più delle volte anonime, sono stati offerti 30 milioni di pasti a chi non può provvedervi, 630.000 visite mediche specialistiche sono state prestate
a chi non può attendere i tempi della sanità pubblica o non può pagare il ticket sanitario o, ancora, non ha nemmeno un medico cui rivolgersi perché immigrato irregolare. Qui nessuno
chiederà mai a chi entra se sia cristiano o musulmano o buddista, ateo o credente, se abbia o meno il permesso di soggiorno: per tutti è aperta la chiesa, per tutti la moschea, per tutti
uno spazio per meditare, per tutti una doccia per ripulirsi, una tavola cui sedersi per pranzare insieme, una stanza per dormire, un posto per lasciare i propri abiti sporchi e rivestirsi o per trovare una coperta se preferisce continuare a dormire in strada.
Da allora, quella piccola cosa, ha assunto le dimensioni di un porto in cui chi è in difficoltà può trovare ascolto, orientamento al lavoro, imparare la lingua italiana, diventare artigiano
restauratore nei laboratori allestiti nella ex officina militare, fare musica infrangendo la regola che solo chi può permettersi la spesa può apprendere la bellezza dell’armonia.
Ma anche Torino, col tempo, è divenuta piccola e così il SERMIG-Arsenale ha aperto l’Università del dialogo che ha coinvolto 15 milioni di persone di tutto il mondo, è intervenuto in 3.800 progetti di sviluppo e di aiuto alle emergenze in 155 Paesi stranieri, ha spedito 11.500 tonnellate di alimenti, medicine, vestiti.

Già, i vestiti. Nell’introdurci in un enorme hangar nel quale, ogni giorno, vengono portate tre, quattrocento quintali di abiti usati, Mattia ci invita a riflettere su quanto di ciò che indossiamo ci sia davvero necessario o se non rappresenti solo la soddisfazione di un capriccio.
Divisi in piccole squadre, ci è offerta la possibilità di dare una mano secondo regole di buon senso, scegliendo tra gli indumenti appena ricevuti, quelli da destinare a chi non ne ha, mandando al macero quelli che noi stessi non indosseremmo perché macchiati o lisi.
Anche di qui passa il rispetto della dignità degli ultimi, anche questi gesti ci inducono a riflettere su quanto somigliamo a quei discepoli che non riconobbero Gesù nel forestiero incontrato sulla strada di Emmaus. E queste riflessioni abbiamo avuto la possibilità di esprimerle, magari con voce incrinata dall’emozione, seduti in cerchio dove non c’è un primo, dove non c’è un ultimo.

Mentre ci avviamo all’uscita, Ernesto ci raggiunge: è fragile nei suoi ottantasei anni ma non
perde il sorriso, stringe la nostra mano, batte un cinque con i più piccoli, firma le copie del suo libro che ci parla delle radici del suo sogno; solo a casa, nel riaprirlo per leggerlo vedrò
che accanto al suo nome vergato con grafia sicura c’è anche quello di Maria, quella moglie che non c’è più ma che lo ha sostenuto sempre in questa incredibile missione.
Nel lasciarci alle spalle questo luogo che ognuno di noi dovrebbe conoscere, ripenso a quella moltitudine, evocata da Papa Leone, di fratelli e sorelle solidali che tengono insieme
un mondo devastato da una manciata di tiranni e a quella frase che qualcuno ha scritto sul
muro dell’Arsenale, accanto al portone d’ingresso: “Forse non si desiderava tanto essere amati quanto essere capiti”.
Paolo Lupo




